A Palermo, la cena di famiglia finisce davanti a un avvocato nascosto-tantan - Chainityai

A Palermo, la cena di famiglia finisce davanti a un avvocato nascosto-tantan

Quel giorno a Palermo era iniziato come iniziano certe giornate che sembrano normali solo in superficie.

La moka aveva borbottato in cucina, il caffè era stato servito in tazze piccole, e qualcuno aveva già sistemato i tovaglioli come se la cura della tavola potesse tenere insieme anche la coscienza di chi la occupava.

Signor Gaetano era arrivato in silenzio, con la camicia ben stirata, le scarpe pulite, la giacca scura sulle spalle e il passo lento di chi non vuole dare a nessuno la soddisfazione di vederlo stanco.

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Non aveva chiesto aiuto per sedersi.

Non aveva chiesto nemmeno un bicchiere d’acqua.

Si era limitato a guardare il tavolo, le sedie, i volti dei parenti, e a scegliere il suo posto in fondo, lì dove poteva vedere tutti senza dover alzare troppo il mento.

Era il suo modo di stare al mondo.

Discreto, fermo, pieno di una dignità che non ha bisogno di voce alta per farsi notare.

Intorno a lui, invece, l’aria aveva già preso quell’odore sgradevole che nasce quando le persone smettono di fingere di essere unite.

C’era il fratello che parlava di conti come se fosse il padrone della casa.

C’era la nuora che sorrideva troppo, con quel sorriso da chi vuole sembrare rispettosa mentre misura ogni mobile come fosse già suo.

C’era una cugina che teneva la borsa stretta sulle ginocchia e guardava la tovaglia senza mai guardare davvero Gaetano.

E c’erano i nipoti, due dei quali avevano l’età per vergognarsi, ma avevano già imparato a non farlo.

Si erano seduti a quel tavolo con la sicurezza di chi pensa che un vecchio non senta più bene, non capisca più i sottintesi, non conti più abbastanza da meritare franchezza.

Prima ancora che qualcuno pronunciasse la parola eredità, la casa era già stata spogliata nella loro testa.

Le tende andavano a uno.

La credenza andava a un altro.

Le chiavi dell’armadio restavano a chi sapeva già dove fosse il cassetto delle carte.

La foto del matrimonio, quella appesa nel corridoio da trent’anni, veniva “sistemata” più avanti.

La vecchia radio, il servizio buono, il tavolo grande, la stanza in fondo, perfino la sedia di Gaetano erano stati già assegnati con quella noncuranza feroce di chi divide i resti di una persona ancora seduta lì davanti.

E lui ascoltava.

Ogni tanto abbassava gli occhi verso le sue mani, nodose e ferme, e pensava a tutto il tempo che aveva impiegato per costruire quella casa, per pagarla, per ripararla quando pioveva dal tetto, per portare la legna, per fare economia, per rinunciare a sé stesso quando gli altri potevano permettersi di pretendere.

Pensava ai pranzi di famiglia, alle tavolate d’agosto, ai piatti passati di mano in mano, ai litigi soffocati nel tovagliolo, alle promesse dette con un sorriso e poi dimenticate appena qualcuno voltava le spalle.

Pensa a quanto è facile essere gentili con i soldi degli altri.

Fu la nuora a rompere per prima il silenzio con quella voce morbida che usano le persone quando credono di aver già vinto.

“Dobbiamo essere pratici,” disse.

Pratici.

Come se si stesse parlando di sedie da spostare e non di una vita intera.

Come se quel tavolo non fosse il centro di una famiglia, ma il banco di una piccola vendita privata.

Il fratello di Gaetano annuì.

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