A Palermo, La Firma Con La Mano Sbagliata Salvò Un Padre-tantan - Chainityai

A Palermo, La Firma Con La Mano Sbagliata Salvò Un Padre-tantan

A Palermo, la mattina in cui il signor Vito capì che suo figlio non lo guardava più come un padre, la moka era rimasta sul fuoco abbastanza a lungo da lasciare nell’aria un odore amaro.

Non era solo caffè bruciato.

Era una specie di avvertimento.

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Vito aveva 84 anni, una camicia chiara chiusa con pazienza, le scarpe lucidate come se dovesse ancora uscire per la passeggiata del mattino e una dignità antica che il corpo, negli ultimi mesi, cercava di tradire senza riuscirci del tutto.

La mano destra gli tremava.

Tremava quando prendeva una tazzina.

Tremava quando cercava le chiavi nella tasca.

Tremava quando accarezzava la cornice della fotografia di sua moglie, quella che teneva sempre sul mobile vicino alla cucina.

Ma Vito era stato destro per tutta la vita.

Aveva firmato contratti, ricevute, documenti di casa, cartoline, libretti, lettere e auguri sempre con quella mano.

La sua firma era lunga, inclinata, un po’ severa, con una curva finale che sembrava chiudere ogni cosa senza bisogno di aggiungere parole.

Chi lo conosceva bene la riconosceva subito.

Quel giorno, sul tavolo, c’erano alcuni documenti preparati in anticipo.

Non erano lì per caso.

Erano stati messi in ordine dentro una cartellina rigida, con una penna appoggiata sopra e le chiavi della casa di famiglia lasciate accanto come se fossero già passate di mano.

La casa era vecchia, piena di legno, marmo, piccoli oggetti conservati troppo a lungo e silenzi che sapevano di famiglia.

Non era una casa qualsiasi.

Era il posto dove Vito aveva cresciuto suo figlio.

Era il posto dove aveva tenuto i conti quando i soldi bastavano appena.

Era il posto dove aveva imparato a non lamentarsi davanti ai vicini, perché la vergogna, certe volte, entra dalla porta più velocemente delle persone.

Il figlio arrivò con il passo di chi aveva già deciso tutto.

Non chiese come stava.

Non chiese se avesse dormito.

Non notò che la moka aveva macchiato leggermente il fornello.

Guardò soltanto la cartellina.

“Papà, dobbiamo finire questa cosa,” disse.

Vito rimase seduto.

La sua mano destra era appoggiata al tavolo, vicino al fazzoletto bianco.

Il tremore gli attraversava le dita in piccoli scatti rapidi, umilianti, impossibili da nascondere.

Lui cercò comunque di chiuderle, come faceva sempre quando non voleva dare spettacolo.

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