A Parma, Il Cucchiaio D’Argento Restituì Dignità A Uno Sconosciuto-tantan - Chainityai

A Parma, Il Cucchiaio D’Argento Restituì Dignità A Uno Sconosciuto-tantan

A Parma, Nonna Ines aveva 86 anni e un cucchiaio d’argento che non sembrava appartenere alla sua cucina povera.

La cucina era piccola, con una moka sempre pronta sul fornello, una tovaglia cerata consumata agli angoli e una sedia che cigolava quando lei si alzava troppo in fretta.

Ma quel cucchiaio stava in un astuccio di stoffa, avvolto in un tovagliolo bianco, come una cosa viva.

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Ogni mattina Ines lo apriva, lo guardava e lo lucidava con la stessa attenzione con cui altre persone controllano il conto in banca.

Lei, un conto da controllare, quasi non lo aveva più.

Aveva ricevute piegate, bollette con date cerchiate, una lista della spesa ridotta all’essenziale e una pensione che spariva prima della fine del mese.

Eppure usciva sempre con il cappotto spazzolato, le scarpe pulite e il foulard legato bene sotto il mento.

Non era vanità.

Era resistenza.

Sua madre le aveva insegnato che la povertà poteva entrare in casa, ma non doveva sedersi a capotavola.

Quel cucchiaio veniva da lei.

Non era un tesoro di grande valore, non avrebbe cambiato il destino di Ines se lo avesse venduto, ma conteneva qualcosa che nessuno poteva mettere in vetrina.

Conteneva il ricordo di una tavola apparecchiata con cura anche quando nel piatto c’era poco.

Conteneva una madre che diceva “Buon appetito” con voce ferma, come se ogni persona seduta davanti a lei meritasse onore.

Conteneva una casa che non aveva mai avuto molto, ma non aveva mai smesso di sembrare una casa.

Per questo Ines lo teneva con sé anche quando andava alla mensa solidale ad aiutare.

Non lo portava per mostrarlo.

Lo portava perché alcuni oggetti, quando resti sola, diventano una specie di spalla.

Quel giovedì l’aria era fredda, ma la sala della mensa era piena di vapore e odore di minestrone.

I volontari avevano già sistemato i tavoli, tagliato il pane, impilato i bicchieri e messo tovaglioli semplici accanto ai piatti.

Non era un ristorante.

Era un posto dove si cercava di fare il possibile con quello che c’era.

Ines arrivò presto, come sempre.

Disse “Permesso” entrando, anche se ormai tutti la conoscevano.

Si tolse il foulard, piegò il cappotto su una sedia e cominciò a sistemare i tovaglioli con movimenti piccoli e precisi.

Una volontaria le sorrise e le disse che non doveva stancarsi.

Ines rispose che stancarsi per gli altri pesa meno.

Poi controllò i tavoli.

Non per criticare.

Perché la cura, per lei, era una forma di linguaggio.

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