A Parma, La Bambina A Cui Era Vietato Dire “Io Voglio”-tantan - Chainityai

A Parma, La Bambina A Cui Era Vietato Dire “Io Voglio”-tantan

A Parma, Sofia, 6 anni, non poteva mai dire: “Io voglio”.

La regola era cominciata in silenzio, come tante cose che in una casa sembrano educazione finché non diventano paura.

Sofia aveva sei anni, due occhi grandi, un modo leggero di camminare e quella prudenza innaturale dei bambini che hanno imparato a leggere il volto degli adulti prima ancora di leggere bene le parole.

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Ogni mattina la cucina si riempiva del rumore della moka.

Il padre prendeva il caffè in piedi, con la camicia già abbottonata e le scarpe lucide vicino alla porta.

La matrigna sistemava la tavola con una precisione quasi elegante, come se ogni cucchiaino fuori posto potesse rovinare l’immagine dell’intera famiglia.

Sofia sedeva composta, le mani sulle ginocchia.

Non chiedeva il latte.

Non chiedeva il pane.

Non chiedeva di prendere la matita lasciata sul mobile.

Aspettava.

Perché in quella casa c’erano frasi permesse e frasi vietate.

La più vietata era la più semplice.

“Io voglio.”

La prima volta che Sofia l’aveva detta, non aveva chiesto un regalo costoso né qualcosa di impossibile.

Aveva chiesto una cosa piccola, quasi invisibile agli adulti.

Forse voleva restare ancora un minuto con il suo quaderno.

Forse voleva un bicchiere d’acqua.

Forse voleva soltanto dire che qualcosa dentro di lei aveva una direzione propria.

La matrigna si era fermata accanto al tavolo.

La tazzina di espresso era rimasta sospesa tra le dita.

Il suo sguardo era diventato liscio e duro.

“Non si dice così.”

Sofia aveva abbassato gli occhi.

“Come si dice?”

La donna aveva posato la tazzina sul piattino.

Il suono era stato piccolo, ma nella cucina era sembrato enorme.

“Si dice: se gli adulti permettono.”

Da quel momento, quella frase era diventata una porta stretta da attraversare per ogni cosa.

“Se gli adulti permettono, posso finire il disegno?”

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