A Pisa, Il Bambino In Ritardo Nascondeva Le Prove Nell’Astuccio-tantan - Chainityai

A Pisa, Il Bambino In Ritardo Nascondeva Le Prove Nell’Astuccio-tantan

A Pisa, Luca aveva sette anni e arrivava quasi sempre tardi a scuola con un vecchio astuccio stretto al petto.

Non era un ritardo rumoroso, di quelli che un bambino prova a giustificare con una corsa, una risata, una scusa detta troppo in fretta.

Era un ritardo silenzioso.

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Entrava in classe con il fiato corto, le mani chiuse sull’astuccio e gli occhi già pronti a chiedere perdono prima ancora che qualcuno parlasse.

La maestra lo vedeva fermarsi sulla soglia, piccolo sotto lo zaino, con le scarpe allacciate male e i capelli schiacciati come se si fosse vestito in un minuto.

Fuori dalla scuola la mattina aveva il solito ritmo: genitori che bevevano un espresso al bar prima del lavoro, bambini con un cornetto mangiato a metà, madri con la sciarpa annodata in fretta, padri che controllavano l’orologio.

Tutto sembrava normale.

Luca no.

Lui sembrava sempre arrivare da un luogo dove la normalità si era spezzata prima delle otto.

Il patrigno lo accompagnava spesso fino al cancello.

Era sempre composto, con le scarpe pulite, la giacca sistemata, quel modo educato di parlare che davanti agli altri adulti faceva sembrare ogni frase ragionevole.

Quando la maestra segnava il ritardo, lui abbassava la voce e diceva quasi sempre la stessa cosa.

“È pigro. Gli piace fare i capricci. Si inventa tutto per farsi coccolare.”

Lo diceva con un sorriso leggero, come se stesse chiedendo scusa per un difetto piccolo e fastidioso.

Luca non lo correggeva.

Non diceva che non era vero.

Non diceva nemmeno che era vero.

Rimaneva lì, con le dita intorno all’astuccio, e aspettava che l’adulto finisse di parlare al posto suo.

La maestra, all’inizio, cercò di non giudicare troppo in fretta.

Un bambino può arrivare tardi per mille ragioni.

Può non voler uscire di casa.

Può essere lento, distratto, fragile, arrabbiato.

Può anche usare il pianto per ottenere attenzione.

Ma Luca non piangeva quasi mai.

Ed era proprio questo a inquietarla.

Un bambino che fa i capricci guarda l’adulto per vedere se il capriccio funziona.

Luca guardava le vie di fuga.

La finestra.

La porta.

Il pavimento.

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