A Torino, Il Bambino Che Cancellava La Lavagna Con La Manica-tantan - Chainityai

A Torino, Il Bambino Che Cancellava La Lavagna Con La Manica-tantan

Ogni mattina Matteo entrava in classe con lo zaino stretto al petto e la manica destra già più scura dell’altra.

Aveva nove anni, ma camminava come chi aveva imparato a non occupare troppo spazio.

La scuola era a Torino, in una zona dove al mattino si sentiva l’odore del caffè dai bar aperti presto, e molti genitori accompagnavano i figli con il cappotto ben chiuso, le scarpe pulite e quella fretta composta di chi non vuole mai dare spettacolo.

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Matteo non dava spettacolo.

O almeno, non volontariamente.

Eppure tutti lo guardavano.

Succedeva sempre alla fine della prima ora, quando il maestro finiva di scrivere alla lavagna e posava il gesso sul bordo.

Prima ancora che qualcuno si alzasse per prendere il cancellino, Matteo scattava in piedi.

Non chiedeva permesso.

Non sorrideva.

Si avvicinava alla lavagna e passava il polsino della felpa sulle parole bianche, cancellandole con movimenti rapidi, quasi vergognosi.

La prima volta, la classe era rimasta confusa.

La seconda, qualcuno aveva riso.

La terza, era diventata una cosa da aspettare.

“Ecco lo straccio,” sussurrò un bambino dalla seconda fila.

Una bambina si coprì la bocca per non farsi vedere dal maestro, ma rise lo stesso.

Matteo continuò a cancellare.

Il gesso gli imbiancava le dita, la manica si riempiva di polvere, e lui non si voltava mai.

Quando finiva, tornava al banco con il braccio piegato contro il corpo, come se avesse rubato qualcosa.

Il maestro non intervenne subito.

Non perché non avesse visto.

Aveva visto troppo.

Aveva notato che Matteo non usava mai il panno comune, anche quando era lì, pulito, appeso accanto alla lavagna.

Aveva notato che non chiedeva mai un fazzoletto.

Aveva notato che quando gli altri bambini tiravano fuori salviette, merende, piccoli oggetti comprati al forno o al bar prima della scuola, Matteo guardava senza desiderio apparente, ma con una disciplina innaturale.

Non era educazione.

Era addestramento alla rinuncia.

Un bambino può essere timido, può essere povero, può avere una famiglia disordinata.

Ma Matteo aveva un altro tipo di silenzio.

Il suo silenzio non chiedeva aiuto.

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