A Torino La Obbligavano A Strappare Le Lettere Del Padre-tantan - Chainityai

A Torino La Obbligavano A Strappare Le Lettere Del Padre-tantan

A Torino, ogni mese, una busta arrivava per Nina.

Non era una busta grande.

Non aveva colori allegri, adesivi o disegni.

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Era semplice, chiara, con il suo nome scritto davanti e un timbro postale nell’angolo.

Per chiunque altro sarebbe sembrata solo carta.

Per Nina era suo padre che provava ancora a entrare nella sua vita senza sfondare nessuna porta.

Aveva otto anni.

Abbastanza piccola da dover alzare gli occhi verso gli adulti quando parlavano sopra di lei.

Abbastanza grande da capire quando una stanza diventava fredda prima ancora che qualcuno dicesse una parola cattiva.

La prima volta che quella lettera arrivò, Nina pensò che avrebbe potuto tenerla tra le mani, aprirla piano, sentire la voce di suo padre dentro le frasi.

Non chiese nemmeno tanto.

Chiese solo di leggerla.

La matrigna la guardò dalla cucina, dove la moka era ancora sul fornello e una tazzina di espresso lasciava un cerchio scuro sul piattino.

“Vieni qui,” disse.

Nina si avvicinò con lo zaino ancora sulle spalle.

La busta era sul tavolo, perfettamente dritta, come se fosse un oggetto da giudicare e non da aprire.

La matrigna la prese fra due dita e gliela porse.

Nina sorrise per mezzo secondo.

Fu un sorriso piccolo, prudente, uno di quei sorrisi che chiedono permesso prima di nascere.

Poi vide il cellulare.

Era già in mano alla matrigna.

La lente era rivolta verso di lei.

“Strappala,” disse la donna.

Nina credette di aver capito male.

“Ma è di papà.”

“Appunto.”

La bambina abbassò gli occhi sulla busta.

Il suo nome era lì.

Nina.

Scritto come lo scriveva lui, con la N leggermente più grande delle altre lettere.

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