A Venezia, il blu che sua madre gli fece odiare nascondeva il padre-tantan - Chainityai

A Venezia, il blu che sua madre gli fece odiare nascondeva il padre-tantan

A Venezia, Marco imparò troppo presto a temere il blu.

Aveva sei anni e non sapeva ancora dare un nome a quello che sentiva, ma il corpo sì.

Il corpo lo capiva prima di lui.

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Bastava vedere l’acqua che brillava tra le fondamenta, bastava un riflesso più acceso del solito, bastava la fiancata di una barca dipinta in quel colore, e lui si irrigidiva, smetteva di respirare bene, guardava sua madre come se chiedesse aiuto senza riuscire a parlare.

Lei rispondeva sempre nello stesso modo.

Con calma.

Con una calma così netta da sembrare educazione.

«Il blu è il colore di chi ti ha lasciato», gli diceva.

E Marco abbassava gli occhi.

Perché era così che si fa quando sei piccolo e la persona più importante della tua vita ti parla con una certezza assoluta.

Perché era così che si impara la paura.

La casa dove vivevano non era grande, ma era ordinata con una precisione che faceva quasi male.

Le scarpe allineate vicino alla porta.

La moka pronta sul fuoco la mattina.

Le tende sempre tirate con lo stesso gesto.

La foto del padre, o almeno quello che restava della foto del padre, sparita da tempo in qualche cassetto chiuso a chiave.

Non c’era niente di casuale in quella casa.

Nemmeno il silenzio.

La madre non urlava quasi mai.

Non ne aveva bisogno.

Usava frasi brevi, mani ferme, occhi che non lasciavano spazio a una replica.

Quando Marco chiedeva del blu, lei spostava l’attenzione altrove.

Quando Marco chiedeva del padre, lei diventava ancora più precisa.

«Non era un uomo per noi».

«Ci ha lasciati».

«Non pensarci».

Tre frasi.

Sempre quelle.

E i bambini, spesso, non distinguono tra protezione e controllo.

Marco credeva di essere protetto.

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