A Verona Il Figlio Afferrò Il Padre Davanti Ai Vicini-tantan - Chainityai

A Verona Il Figlio Afferrò Il Padre Davanti Ai Vicini-tantan

Il signor Gianni uscì sul piccolo cortile con il passo di chi non voleva far rumore, anche se dentro di lui ogni cosa stava già tremando.

Aveva 85 anni, ma si era vestito con la stessa cura di sempre: camicia chiara, giacca scura, scarpe lucidate, il fazzoletto piegato nella tasca come gli aveva insegnato sua moglie.

La moka, in cucina, era rimasta fredda.

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Sul tavolo c’erano due tazzine, una con il fondo scuro del caffè e una ancora pulita, preparata più per abitudine che per speranza.

Gianni aveva imparato che certe assenze si servono comunque, come se l’amore potesse tornare perché trova ancora il suo posto apparecchiato.

Quella mattina, però, non aspettava compagnia.

Aspettava suo figlio.

Il mazzo di chiavi era nella sua mano destra, stretto così forte che il bordo del metallo gli lasciava piccoli segni sul palmo.

Tra le chiavi pendeva un cornicello rosso consumato, lucido nei punti in cui le dita lo avevano toccato per anni.

Non era superstizione, almeno non per lui.

Era memoria.

Sua moglie glielo aveva regalato quando ancora la casa era piena di passi, di voci, di pranzi lunghi e di discussioni finite sempre con un piatto messo davanti a qualcuno.

“Tienilo vicino alle chiavi,” gli aveva detto.

“Così almeno, quando perdi la pazienza, trovi prima la porta.”

Gianni sorrise appena al ricordo, poi il sorriso gli morì sulle labbra quando vide suo figlio attraversare il cancello.

L’uomo non salutò.

Non disse “permesso”.

Non guardò nemmeno verso la finestra della cucina, dove un tempo sua madre si affacciava per chiedere se voleva un caffè.

Entrò con il passo rapido di chi si sente già padrone.

“Dov’è la chiave?” chiese.

Gianni rimase vicino al portone.

“Buongiorno anche a te.”

Il figlio fece un gesto secco con la mano, come se quella frase fosse una perdita di tempo.

“Papà, non cominciare. Ho cose da fare.”

“Anch’io.”

“Tu non devi fare niente. Devi solo darmi la chiave del magazzino.”

Il magazzino era dietro casa, una costruzione bassa con la porta di legno scurita dagli anni.

Non era un luogo importante per chi guardava da fuori.

Dentro, però, c’erano le cose che una famiglia non mette in salotto ma non riesce a buttare: cornici, mobili antichi, scatole di fotografie, vecchie sedie, registri, teli ricamati, oggetti che avevano attraversato matrimoni, lutti, traslochi e domeniche.

Per Gianni non era deposito.

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