Anita Doveva Piangere A Comando Per Far Arrivare Soldi Alla Zia-tantan - Chainityai

Anita Doveva Piangere A Comando Per Far Arrivare Soldi Alla Zia-tantan

A Palermo, Anita aveva imparato a riconoscere la sera non dal buio, ma dal rumore della moka.

Quando il caffè cominciava a salire, la casa cambiava voce.

La zia chiudeva un cassetto, spostava una sedia, passava un panno sul tavolo anche quando il tavolo era già pulito.

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Poi chiamava Anita.

Non urlava mai.

Non davanti alle pareti sottili, non davanti al pianerottolo dove ogni rumore poteva diventare commento.

Usava un tono morbido, quasi affettuoso, lo stesso tono con cui al mattino salutava al bar e diceva che la bambina era timida, poverina, ancora fragile.

“Vieni, amore. Facciamo pratica.”

Anita aveva 7 anni e non sapeva ancora che certe parole possono essere più dure di uno schiaffo, perché arrivano vestite bene.

La pratica era sempre nello stesso punto.

Davanti allo specchio dell’ingresso, sotto una luce gialla che faceva sembrare il corridoio più stretto.

Lo specchio aveva una cornice vecchia, un po’ consumata agli angoli, e accanto pendeva un piccolo cornicello rosso che la zia toccava ogni volta che usciva di casa.

Sul mobile c’erano una tazzina da espresso, un pettine, qualche forcina e un quaderno blu.

Quel quaderno non era mai lontano.

La zia lo apriva dopo le visite, dopo gli incontri, dopo le mattine in cui Anita veniva portata in giro con un golfino scelto apposta per sembrare vissuto ma non sporco.

Era tutto misurato.

Le scarpe dovevano essere pulite, perché la zia diceva che una bambina trascurata faceva pena, ma una bambina trasandata faceva sospetto.

I capelli dovevano essere un po’ fuori posto, ma non troppo.

La voce doveva tremare, ma non diventare capriccio.

La lacrima doveva scendere piano, meglio se da un occhio solo, perché secondo la zia sembrava più vera.

“Guarda lo specchio,” diceva.

Anita guardava.

Vedeva una bambina piccola con le spalle dritte per paura, le mani lungo il vestito e gli occhi stanchi di provare emozioni che gli adulti le ordinavano come compiti.

“Adesso pensa a qualcosa di triste.”

Anita pensava a sua madre, ma non lo diceva.

Pensava alla stanza che non aveva più, ai giocattoli lasciati in una scatola, al modo in cui gli adulti parlavano sopra la sua testa come se una bambina non potesse capire.

Ma appena sentiva gli occhi bruciare, la zia interveniva.

“No. Così no. Troppo brutto. Devi essere dolce.”

Dolce.

Anita imparò presto che nel mondo della zia anche il dolore doveva fare bella figura.

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