Anziano Abbandonato In Chiesa A Siena: Il Messaggio Del Figlio-tantan - Chainityai

Anziano Abbandonato In Chiesa A Siena: Il Messaggio Del Figlio-tantan

Il signor Remo aveva ottantasei anni e camminava con quella lentezza composta che non chiede spazio, ma lo merita.

Quel pomeriggio, a Siena, suo figlio lo aveva accompagnato davanti a una vecchia chiesa e gli aveva detto di entrare senza fretta.

“Ti aspetto fuori, papà. Fai con calma.”

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Remo ci aveva creduto perché i padri, anche quando il cuore capisce prima della testa, trovano sempre una scusa per salvare i figli.

Il cielo stava diventando scuro e l’aria aveva quella freddezza sottile che entra dal collo se la sciarpa non è stretta bene.

Remo se la sistemò con due dita, poi guardò il figlio.

Lui teneva già il telefono in mano.

Non sembrava arrabbiato.

Sembrava solo stanco di aspettare.

Quella fu la cosa che ferì Remo senza che lui sapesse ancora darle un nome.

Entrò nella chiesa con il cappello tra le mani, le scarpe pulite, il cappotto buono e una dignità antica che la povertà, la vecchiaia e la solitudine non erano riuscite a rovinare.

La chiesa era silenziosa.

Non vuota, non ancora.

C’erano poche persone sparse tra i banchi, una donna con una borsa scura, un uomo anziano che si faceva il segno della croce lentamente, qualcuno che usciva senza far rumore.

Remo scelse una panca laterale.

Si sedette piano, perché le ginocchia gli mandavano fitte quando l’umidità saliva dalla pietra.

Poi pregò.

Non fece grandi richieste.

Non chiese una vita nuova, non chiese soldi, non chiese vendetta contro nessuno.

Chiese soltanto di riuscire a tornare a casa senza sentirsi un peso.

A casa lo aspettavano una cucina piccola, una moka che ormai usava più per abitudine che per compagnia, e alcune fotografie in cornici vecchie.

In una c’era suo figlio da bambino, con la faccia sporca e gli occhi pieni di fiducia.

Remo la spolverava ogni settimana.

Non perché la polvere fosse tanta, ma perché aveva paura che il passato, se non lo tocchi più, si offenda e se ne vada.

Pregò anche per lui.

Pregò per quel figlio diventato brusco, impaziente, sempre occupato, sempre con una frase pronta per chiudere una conversazione.

Da mesi Remo sentiva di essere diventato un appuntamento da incastrare, una chiamata da rimandare, una visita da fare quando proprio non c’erano alternative.

Eppure continuava a difenderlo.

“Lavora tanto,” diceva.

“Ha pensieri,” ripeteva.

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