Bambina Costretta A Piangere A Un Finto Funerale A Palermo-tantan - Chainityai

Bambina Costretta A Piangere A Un Finto Funerale A Palermo-tantan

La Bambina Costretta A Piangere In Un Finto Funerale A Palermo

A Palermo, Dalia aveva 9 anni e quella mattina sua madre le mise un vestito nero come si mette una maschera.

Non le chiese se le stava bene.

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Non le chiese se aveva fame.

Le tirò su la cerniera, le sistemò il colletto e le passò le dita tra i capelli con una cura così fredda che sembrava rabbia travestita da amore.

In cucina, la moka era rimasta sul fornello con il caffè ormai amaro.

Sul tavolo c’era mezzo cornetto avvolto in un tovagliolo, ma Dalia non lo aveva toccato.

Sua madre continuava a guardare l’orologio.

Ogni gesto era preciso.

Le scarpe nere della bambina erano state lucidate la sera prima.

Il cappottino era stato spazzolato.

Anche il fiocco nei capelli era stato scelto con attenzione, come se la cosa più importante non fosse ciò che Dalia sentiva, ma ciò che gli altri avrebbero visto.

“Ricordati quello che devi fare,” disse la madre.

Dalia alzò gli occhi.

“Devo stare zitta?”

“Sì. E devi piangere.”

La bambina restò immobile vicino alla porta, stringendo le mani davanti al vestito.

“Ma perché?”

Sua madre prese la borsa, controllò qualcosa dentro una cartellina chiara e solo dopo si voltò.

“Perché oggi siamo una famiglia addolorata.”

Dalia non capì subito.

La parola famiglia, detta in quel modo, le sembrò una parola presa in prestito da qualcun altro.

Loro due vivevano sole.

Non c’erano pranzi lunghi con parenti che ridevano, non c’erano mani gentili sulla spalla, non c’erano foto vecchie raccontate con nostalgia.

C’erano porte chiuse, frasi secche e silenzi che Dalia aveva imparato a non disturbare.

“Chi è morto?” chiese.

La madre si irrigidì.

Poi si avvicinò, si abbassò alla sua altezza e le prese il polso.

Non forte abbastanza da lasciare un segno, ma forte abbastanza da farle capire che la domanda era sbagliata.

“Un uomo che ci voleva bene,” disse.

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