Cacciata Con Cinque Figli, Trovò Un Orologio Che Cambiò Tutto-tantan - Chainityai

Cacciata Con Cinque Figli, Trovò Un Orologio Che Cambiò Tutto-tantan

Quando mia madre mi disse che nessuno mi avrebbe mai voluta con cinque figli appresso, non alzò nemmeno la voce.

Fu questo a farmi più male.

Non lo disse in un momento di rabbia, con le lacrime negli occhi o la voce spezzata dal funerale appena finito.

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Lo disse come si dice una cosa ovvia, una di quelle verità scomode che, secondo lei, una donna doveva accettare senza fare scene.

Io avevo trentadue anni, un marito appena sepolto e cinque bambini che mi guardavano come se potessi ancora tenere insieme il mondo con le mani nude.

Sergio era morto all’improvviso.

Trentacinque anni appena.

Una mattina era uscito di casa dopo aver lasciato la moka sul fornello, come faceva sempre, dicendomi che la sera avrebbe portato qualcosa dal forno perché ai bambini piaceva il pane ancora tiepido.

Un’ora dopo era a terra.

Non ci fu un addio vero, non ci fu una frase da ricordare, non ci fu il tempo di litigare o di perdonarsi qualcosa.

Ci fu solo il telefono che squillò, una voce confusa dall’altra parte e poi quel corridoio freddo dove io continuavo a pensare che mi avessero chiamata per errore.

Al cimitero, il giorno del funerale, il terreno era bagnato e la terra si attaccava alle scarpe economiche che avevo pulito prima di uscire.

Le avevo lucidate con un panno vecchio perché Sergio, anche nei giorni difficili, diceva sempre che le scarpe raccontano se una persona si è arresa oppure no.

Io non volevo sembrarlo.

Non davanti ai bambini.

Non davanti a mia madre.

Tiziana, la più grande, stringeva Paolo per la manica come se fosse lei la madre.

Aurora piangeva piano, quel pianto sottile dei bambini che hanno capito la paura ma non ancora la morte.

Giovanni respirava male già allora, con il viso più pallido del solito, e io lo guardavo ogni due minuti fingendo di sistemargli la sciarpa.

Michele, il più piccolo, dormiva contro il mio petto, ignaro di tutto.

Mia madre, Giuseppina Romano, stava a pochi passi da me nel suo vecchio cappotto di pelliccia.

Aveva le labbra strette e gli occhi asciutti.

Non sembrava una donna che aveva perso un genero.

Sembrava una donna infastidita da un contrattempo, da una brutta figura, da qualcosa che le avrebbe rovinato la giornata e forse la reputazione tra chi ci conosceva.

Quando gli operai finirono di coprire la fossa, lei batté appena il piede nel fango.

«Basta lacrimucce, abbiamo finito qui», disse a voce troppo alta.

Io non risposi.

Guardavo la terra sulla tomba di Sergio e mi sembrava impossibile che sotto ci fosse lui, l’uomo che la sera prima della sua morte aveva fatto ridere Michele mettendosi un tovagliolo in testa.

«Andiamo, Nadia», continuò mia madre. «Non ha senso restare qui a piangerti addosso. Dobbiamo parlare.»

Quella frase mi fece più paura del silenzio del cimitero.

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