Il Bambino Che Chiese Aiuto Con Una Scatola Della Pizza-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Chiese Aiuto Con Una Scatola Della Pizza-tantan

A Napoli, Carlo aveva nove anni e aveva imparato a parlare piano prima ancora di capire perché certe case diventano prigioni.

Non era un bambino rumoroso.

Non correva verso il citofono.

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Non rideva sulle scale con gli altri.

Non si affacciava alla finestra quando passavano i motorini o quando qualcuno, dal bar sotto casa, chiamava un amico per nome.

Carlo ascoltava.

Ascoltava le chiavi.

Ascoltava i passi.

Ascoltava la voce del patrigno, perché in quell’appartamento ogni parola aveva un prezzo.

Il venerdì sera, quando arrivava la pizza, la casa cambiava ritmo.

Il patrigno si alzava dalla sedia, controllava il telefono, guardava l’orario e poi guardava Carlo.

Non servivano molte frasi.

Carlo sapeva già cosa fare.

Doveva andare alla porta.

Doveva aprire solo quanto bastava.

Doveva prendere il cartone.

Doveva dire grazie.

Doveva chiudere.

E soprattutto non doveva parlare.

La madre lo guardava da lontano, quasi sempre dalla cucina o dal corridoio, con le mani ferme anche quando avrebbe voluto corrergli incontro.

Sul fornello c’era spesso una moka ormai fredda, dimenticata non per distrazione ma perché in quella casa anche preparare un caffè era diventato un gesto osservato.

La sciarpa della madre restava appesa vicino all’ingresso.

Le chiavi di casa stavano sempre dove le metteva il patrigno.

Troppo visibili per essere dimenticate.

Troppo lontane per essere prese.

La prima volta che il fattorino vide Carlo, pensò solo che fosse timido.

Era un bambino magro, con la felpa pulita ma consumata ai polsi, i capelli un po’ schiacciati da un lato e una serietà che non apparteneva alla sua età.

Aprì la porta appena.

Dietro di lui si vedeva una striscia di corridoio, una parete chiara, una scarpa lucidata vicino al battiscopa e il bordo di un mobile di legno.

Niente di più.

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