Il Bambino Che Restava In Biblioteca Fino Alla Chiusura-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Restava In Biblioteca Fino Alla Chiusura-tantan

A Bologna, Luca aveva nove anni e conosceva l’orario di chiusura della biblioteca meglio di qualunque adulto.

Non perché fosse curioso.

Non perché amasse il silenzio più degli altri bambini.

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Lo conosceva perché ogni minuto prima della chiusura era un minuto in più in cui nessuno lo mandava nel corridoio.

Arrivava quasi sempre con lo stesso zaino scuro, grande sulle spalle strette, e con le scarpe pulite ma consumate davanti.

Entrava piano, senza urtare la porta, come se anche il vetro potesse rimproverarlo.

La bibliotecaria lo vide per la prima volta in un pomeriggio qualunque, uno di quei pomeriggi in cui fuori passavano persone di fretta, il banco dei prestiti odorava di carta, e dal bar vicino arrivava il rumore secco delle tazzine da espresso.

Luca non sembrava un bambino solo.

Sembrava un bambino addestrato a non pesare.

Si sedette a un tavolo vicino alla finestra, aprì un libro illustrato e rimase immobile.

Non dondolava sulla sedia.

Non chiamava nessuno.

Non chiedeva aiuto per trovare i libri.

Quando qualcuno passava accanto al tavolo, lui ritraeva appena i gomiti, lasciando più spazio del necessario.

La signora Elena, la bibliotecaria, lavorava lì da anni e aveva imparato a distinguere i bambini timidi dai bambini spaventati.

I bambini timidi guardano gli adulti e poi abbassano gli occhi.

I bambini spaventati controllano prima le uscite.

Luca controllava la porta.

Poi l’orologio.

Poi di nuovo la porta.

La prima sera rimase fino alle 18:57.

La seconda fino alle 18:58.

La terza, quando Elena spense le luci della sala posteriore, lui non si mosse affatto.

“Luca,” disse lei, perché ormai aveva letto il nome sulla tessera della biblioteca, “dobbiamo chiudere.”

Il bambino chiuse il libro con entrambe le mani.

Il colpo fu piccolo, ma nel silenzio sembrò troppo forte.

“Scusi,” disse subito.

Non disse: “Va bene.”

Non disse: “Aspetto mio padre.”

Disse “scusi”, come se avesse fatto qualcosa di male.

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