Il Bambino Che Sbagliava La Ninna Nanna E Scoprì Il Segreto-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Sbagliava La Ninna Nanna E Scoprì Il Segreto-tantan

A Napoli, Leo aveva otto anni e una canzone che tutti gli dicevano di dimenticare.

Era una ninna nanna semplice, di quelle che una madre canta senza pensarci mentre sistema una coperta, chiude una finestra o aspetta che il respiro di un bambino diventi più lento.

Ma per Leo non era mai stata solo una canzone.

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Era l’ultima cosa rimasta di lei.

Sua madre era sparita da mesi, e in casa il suo nome era diventato una specie di piatto rotto lasciato sotto il tavolo: tutti sapevano che c’era, nessuno voleva chinarsi a raccoglierlo.

Il patrigno diceva che bisognava andare avanti.

Lo diceva quando toglieva una vecchia foto dal mobile del soggiorno.

Lo diceva quando chiudeva in una scatola il foulard blu che lei portava nelle mattine di vento.

Lo diceva quando Leo restava troppo a lungo davanti alla porta, come se aspettasse ancora il suono delle sue chiavi.

“Non torna,” ripeteva l’uomo.

Poi aggiungeva qualcosa di peggio.

“E tu devi smetterla.”

Leo non rispondeva mai.

A otto anni aveva già imparato che certi adulti non cercano la verità, cercano solo silenzio.

La casa era piena di piccoli vuoti.

La moka sul fornello faceva ancora lo stesso rumore, ma sua madre non era lì a spegnerla prima che il caffè diventasse amaro.

La sedia accanto alla finestra restava libera.

Il pettine che lei usava era scomparso dal bagno.

Nel corridoio, sull’attaccapanni, mancava quel foulard che Leo ricordava meglio del suo stesso zaino.

Fuori, la vita continuava come se niente fosse.

Il bar sotto casa serviva espresso e cornetti ogni mattina.

Il forno apriva presto e il profumo del pane caldo entrava nelle strade strette.

La gente faceva la sua passeggiata, salutava, domandava, osservava.

A Napoli nessun dolore rimane davvero invisibile, ma molti imparano a fingere di non vederlo.

Leo era diventato il bambino della ninna nanna sbagliata.

La cantava piano quando si infilava le scarpe.

La canticchiava mentre faceva i compiti.

La sussurrava prima di dormire, con la coperta tirata fino al mento.

E ogni volta sbagliava le parole.

Non un errore piccolo.

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