Il Bambino Chiuso Nel Magazzino Dell’Olio Trovò La Verità-tantan - Chainityai

Il Bambino Chiuso Nel Magazzino Dell’Olio Trovò La Verità-tantan

In Puglia, Vito aveva otto anni e conosceva il rumore di una chiave nella serratura meglio di quello di una ninna nanna.

Ogni volta che rompeva anche una sola bottiglia d’olio d’oliva, il patrigno non lo mandava in camera.

Lo mandava nel magazzino.

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Era una stanza bassa, fredda, con scaffali di legno e cassette impilate lungo le pareti.

Di giorno sembrava solo un posto di lavoro, pieno di vetro verde, tappi, cartoni e odore d’olive.

Di notte diventava un luogo dove un bambino imparava a misurare il proprio valore.

Vito diceva una frase che nessun bambino dovrebbe conoscere.

“Lì mi ricordo che non valgo quanto l’olio.”

Non la disse subito.

All’inizio piangeva.

Poi pregava sua madre di aprire.

Poi bussava piano, perché anche il rumore del pugno sulla porta poteva far tornare l’uomo più arrabbiato di prima.

Alla fine smise di bussare.

La casa era ordinata, sempre troppo ordinata.

Le scarpe del patrigno erano lucidate anche quando restava in cucina.

La camicia aveva sempre il colletto sistemato.

Sul mobile vicino all’ingresso stavano le chiavi di famiglia, un vecchio portachiavi consumato, due fotografie ingiallite e una piccola tazzina da espresso lasciata spesso a metà.

La madre di Vito puliva tutto in fretta.

Puliva i bicchieri, il tavolo, i segni dell’olio, i silenzi.

Ma certe cose non si puliscono.

Si accumulano.

Il patrigno non diceva mai apertamente che odiava Vito.

Diceva frasi più sottili, più accettabili se qualcuno le avesse sentite da fuori.

“Questo bambino è distratto.”

“Questo bambino rovina tutto.”

“Questo bambino non capisce il sacrificio.”

Ma quando erano soli, le parole diventavano più pesanti.

“Tu sei il problema che tua madre si è portata dietro.”

Vito non rispondeva.

Aveva imparato che difendersi peggiorava le cose.

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