Il Bambino Del Ponte E La Nota Stonata Che Chiedeva Aiuto-tantan - Chainityai

Il Bambino Del Ponte E La Nota Stonata Che Chiedeva Aiuto-tantan

A Venezia, la mattina aveva un modo crudele di sembrare bella anche quando qualcuno soffriva.

Il sole scivolava sull’acqua dei canali, i bar aprivano le porte, le tazzine di espresso tintinnavano contro i piattini e la gente attraversava i ponti con il passo di chi aveva già deciso dove andare.

Matteo, invece, non decideva niente.

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Aveva 9 anni e stava fermo sullo stesso ponte da quasi un’ora, con una custodia di chitarra aperta davanti ai piedi e la gola stretta da una canzone che non riusciva più a sopportare.

La custodia non era sua.

La scelta non era sua.

Nemmeno la tristezza, ormai, sembrava più sua.

Dietro di lui c’era il patrigno, ordinato come un uomo che voleva essere guardato bene.

Scarpe lucidate, giacca pulita, mani apparentemente calme.

Una di quelle mani stava sulla spalla di Matteo.

Per i passanti era un gesto tenero.

Per Matteo era un avvertimento.

Ogni volta che il bambino abbassava troppo la voce, ogni volta che la ninna nanna gli diventava un nodo in bocca, le unghie dell’uomo premevano attraverso la stoffa.

Non abbastanza forte da lasciare una scena evidente.

Abbastanza forte da fargli capire che il dolore poteva aumentare.

“Più canti triste,” gli aveva detto il patrigno prima di portarlo lì, mentre gli sistemava il colletto con quella cura falsa che agli occhi degli altri sembrava premura, “più la gente paga.”

Matteo non aveva risposto.

Da tempo aveva imparato che certe risposte non servivano a difendersi.

Servivano solo a peggiorare le cose.

Così aveva preso fiato e aveva iniziato a cantare la sola canzone che gli era permesso cantare.

La ninna nanna di sua madre.

Era una melodia semplice, dolce, fatta per accompagnare il sonno e non per strappare monete agli sconosciuti.

Sua madre la cantava in cucina, quando la moka borbottava sul fuoco e la casa sembrava ancora un posto sicuro.

Matteo ricordava il suo profumo di sapone, le chiavi lasciate sul tavolo, il modo in cui lei gli accarezzava i capelli senza avere fretta.

Gli diceva sempre che la musica non mentiva.

Gli diceva che una nota poteva consolare, avvertire, ricordare.

Gli diceva anche una frase che lui non aveva capito davvero fino a quando era rimasto solo.

“Quando hai paura, ascolta la nota che torna. Ti porterà a casa.”

Dopo la sua morte, quella frase gli era rimasta dentro come una piccola luce chiusa in una stanza.

Il patrigno non sapeva cosa significasse.

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