Il Bambino Di Venezia Che Trasformò Le Ruote In Una Freccia-tantan - Chainityai

Il Bambino Di Venezia Che Trasformò Le Ruote In Una Freccia-tantan

A Venezia, Tommaso aveva imparato che certe bugie fanno rumore prima ancora di essere dette.

Facevano clic.

Il clic dei freni della sedia a rotelle.

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Il clic della scatolina di metallo posata davanti alle sue ginocchia.

Il clic della serratura quando la donna chiudeva la porta di casa e gli ricordava, senza guardarlo davvero, che fuori doveva essere un altro bambino.

Tommaso aveva otto anni e sapeva camminare.

Non bene come avrebbe voluto, non libero come nei sogni in cui correva senza dover ascoltare passi dietro di sé, ma camminava.

In cucina arrivava da solo.

In corridoio faceva tre passi, a volte quattro.

Una mattina, mentre la moka borbottava sul fornello e la luce entrava pallida dalla finestra, aveva perfino corso per prendere un cucchiaino caduto sotto il tavolo.

La madre adottiva lo aveva visto.

Da quel giorno, il cucchiaino non cadde più.

E Tommaso non camminò più davanti a lei.

La donna gli parlava con una voce morbida quando c’erano altri intorno.

Gli sistemava il colletto.

Gli puliva le scarpe.

Gli passava una mano sui capelli come una madre premurosa.

Ma quando erano soli, la stessa mano diventava un avvertimento sul polso, una stretta breve, sufficiente a ricordargli che il suo corpo non apparteneva completamente a lui.

“Fuori stai seduto,” diceva.

Tommaso annuiva.

“Fuori non ti alzi.”

Lui annuiva ancora.

“Fuori devi fare pena.”

Quella frase gli rimaneva addosso più della coperta.

La coperta si poteva togliere.

La vergogna no.

Ogni mattina raggiungevano la piazza quando i bar stavano già servendo i primi caffè e i passanti attraversavano la pietra con passo veloce.

La donna sceglieva sempre un punto simile, abbastanza visibile da essere notato, abbastanza laterale da non attirare domande troppo lunghe.

Bloccava la sedia.

Apriva la scatolina.

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