Il Caffè Che Restituì Un Nome Perduto A Una Madre-tantan - Chainityai

Il Caffè Che Restituì Un Nome Perduto A Una Madre-tantan

Nel vecchio mercato di Trieste, il profumo del caffè arrivava sempre prima del Signor Bruno.

Si infilava tra i banchi ancora mezzi chiusi, sfiorava le cassette della frutta, si posava sulle mani del ragazzo del forno e restava nell’aria anche quando la mattina sembrava non avere niente di speciale.

Bruno aveva 86 anni e tostava ancora i chicchi a mano.

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Non perché gli convenisse.

Non perché il negozio fosse pieno.

Anzi, la sua piccola torrefazione era spesso così silenziosa che si sentiva il rumore del cucchiaio di legno contro il metallo, lento e regolare, come un cuore testardo.

La gente passava, salutava, comprava altrove, prometteva di tornare.

Lui non si offendeva.

Aveva imparato che certe assenze non fanno rumore subito.

Prima diventano abitudine.

Poi spazio vuoto.

Poi una sedia che nessuno sposta più.

Ogni mattina alzava la serranda con cura, puliva il banco, controllava i sacchi di caffè, apriva il vecchio registro e segnava la data con una penna che non buttava mai.

Le sue scarpe erano sempre pulite.

La giacca, anche consumata ai gomiti, era spazzolata.

A quell’età, diceva, la dignità non stava nel sembrare giovane, ma nel presentarsi al mondo senza lasciarsi andare.

Chi lo conosceva sapeva che non era vanità.

Era il modo in cui sua moglie lo avrebbe voluto vedere.

Lei aveva amato quel caffè più di ogni altra cosa che lui sapesse preparare.

Non era una donna di grandi complimenti.

Si fermava accanto al banco, chiudeva gli occhi per un istante e diceva solo: “Oggi è venuto bene.”

Per Bruno, quella frase bastava a raddrizzare una giornata intera.

Negli ultimi anni, quando la memoria di lei aveva cominciato a confondersi, il profumo del caffè era rimasto più forte delle date, dei nomi e perfino di certi volti.

A volte lei non ricordava cosa avesse mangiato a pranzo.

A volte guardava Bruno come si guarda un vicino gentile.

Ma quando la moka borbottava in cucina, o quando lui portava a casa un sacchetto appena tostato, le sue dita smettevano di agitarsi.

Il viso tornava per qualche secondo quello di prima.

Non guariva.

Nessuno avrebbe osato chiamarla guarigione.

Era piuttosto una tregua.

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