Il Giorno Della Laurea Vidi Mio Padre Nascondere Le Mani-tantan - Chainityai

Il Giorno Della Laurea Vidi Mio Padre Nascondere Le Mani-tantan

Ho capito solo il giorno della laurea perché mio padre teneva le mani nascoste sotto il programma.

Mi chiamo Tobia, ho 25 anni, e per molto tempo ho creduto che la mia storia cominciasse con una mail di ammissione all’università.

In realtà era cominciata molto prima.

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Era cominciata nelle mani di mio padre.

Nelle mattine in cui la moka borbottava sul fornello prima ancora che fuori facesse chiaro.

Nel rumore delle chiavi che Sergio, mio padre, prendeva sempre dallo stesso piattino vicino alla porta.

Nel modo in cui mia madre, Loredana, si sistemava i capelli allo specchio dell’ingresso prima di andare alla cassa del supermercato, anche quando aveva dormito poco e avrebbe voluto solo restare seduta in silenzio.

In casa nostra non c’erano grandi discorsi sul futuro.

Non perché mancasse l’amore.

Mancavano le parole.

Si parlava di bollette, di turni, di scarpe da far durare ancora un inverno, di quanto sarebbe costata la revisione della macchina, di quale rata andava pagata prima e quale poteva aspettare qualche giorno.

Mio padre faceva l’idraulico da quando era ragazzo.

Non lo diceva mai con orgoglio e nemmeno con vergogna.

Lo diceva come si dice una cosa che è lì da sempre, come il tavolo della cucina o il rumore del portone quando qualcuno torna tardi.

Mia madre lavorava alla cassa in un supermercato di quartiere.

Aveva imparato a sorridere anche quando la schiena le faceva male, anche quando un cliente le parlava male, anche quando tornava a casa con le gambe pesanti e gli occhi stanchi.

Da piccolo pensavo che tutti i genitori fossero così.

Pensavo che tutti uscissero presto, tornassero sfiniti e poi trovassero comunque la forza di chiederti se avevi mangiato.

Solo crescendo ho capito che quella non era normalità.

Era sacrificio ripetuto così tante volte da sembrare una routine.

Quando mi presero a Ingegneria, mia madre lesse la mail tre volte.

La prima non capì.

La seconda si portò una mano al petto.

La terza scoppiò a piangere davanti al portatile, lì, al tavolo della cucina, mentre la tazzina del caffè si raffreddava accanto al mouse.

Mio padre rimase in piedi dietro di me.

Non disse molto.

Mi diede una pacca sulla spalla, una di quelle sue pacche pesanti, buone, un po’ goffe.

“Adesso vai fino in fondo, ragazzo.”

Io annuii come se avessi capito davvero cosa significava.

Non lo sapevo.

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