Il Giorno In Cui Lo Scuolabus Si Fermò Per Un Bambino Invisibile-tantan - Chainityai

Il Giorno In Cui Lo Scuolabus Si Fermò Per Un Bambino Invisibile-tantan

Quando i quaderni di un ragazzino silenzioso volarono dal finestrino, capii che non potevo più far finta di niente.

Guido lo scuolabus da quasi vent’anni, in una zona di campagna fatta di strade strette, case basse e paesi dove ci si riconosce anche senza sapere il nome dell’altro.

La mattina, quando passo davanti al bar, vedo sempre qualcuno in piedi al banco con l’espresso in mano, il giubbotto già chiuso e gli occhi ancora mezzi addormentati.

Image

A quell’ora il mondo sembra semplice.

Il motore si scalda, le porte si aprono, i ragazzi salgono con gli zaini troppo pesanti, qualcuno mastica l’ultimo pezzo di cornetto, qualcuno arriva correndo con la felpa infilata male.

Io saluto, controllo lo specchietto, aspetto che si siedano e riparto.

Il pomeriggio rifaccio la stessa strada al contrario.

Stesse fermate, stesse curve, stessi campi oltre i finestrini.

Cambiano solo le voci, perché all’uscita da scuola i ragazzi hanno addosso una specie di elettricità.

Parlano forte, ridono per niente, si spingono, si rubano i cappelli, si chiamano da un sedile all’altro come se il bus fosse un cortile.

Non ho mai preteso il silenzio.

Uno scuolabus non è una chiesa e i ragazzi delle medie non sono statuine da tenere in vetrina.

A volte basta una frase detta dallo specchietto.

“Ragazzi, basta là dietro.”

Qualcuno sbuffa, qualcuno ride, poi per qualche minuto il rumore si abbassa.

Dopo un po’ ricomincia.

È normale.

Fa parte del lavoro, come le felpe dimenticate, le merende schiacciate sotto i sedili, le gomme da masticare infilate dove non dovrebbero stare.

Ma c’è un rumore che non dovrebbe mai diventare normale.

Il pianto trattenuto di un bambino.

Matteo saliva sempre alla terza fermata.

Aveva undici anni, era magro, con un giubbotto che gli stava largo sulle spalle e lo zaino stretto al petto come se dentro non ci fossero solo libri, ma qualcosa che doveva proteggere.

Mi salutava con una voce piccola.

“Buongiorno, signor Marino.”

Ogni volta sembrava quasi chiedere permesso di entrare nel mondo.

Poi andava in fondo, vicino al finestrino.

Sempre lo stesso posto.

Si sedeva, metteva lo zaino sulle ginocchia e guardava fuori.

Non dava fastidio a nessuno.

Non rispondeva male, non faceva il furbo, non cercava attenzione.

Read More

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *