La moka iniziò a borbottare alle sei e quarantadue del mattino.
Giovanni non aveva bisogno della sveglia da anni.
Si alzava sempre prima dell’alba.

Apriva lentamente le persiane della vecchia casa torinese e restava qualche secondo a guardare la strada ancora quasi vuota.
Poi preparava il caffè.
Era un rito che non aveva mai cambiato.
Acqua.
Caffè macinato.
Fiamma bassa.
Silenzio.
Quella mattina, però, qualcosa si spezzò prima ancora che il sole finisse di illuminare il tavolo della cucina.
Leonardo era seduto davanti ai compiti.
Otto anni.
Maglione blu.
Capelli spettinati.
Occhi troppo stanchi.
Giovanni lo osservò per qualche secondo senza parlare.
Fuori, qualcuno attraversava già la strada diretto al forno all’angolo.
Un motorino passò lentamente sotto la finestra.
Tutto sembrava normale.
Finché il nonno vide la penna.
Nella mano destra.
Giovanni sbatté una volta le palpebre.
Poi ancora.
Pensò di aver visto male.
Ma no.
Leonardo stava davvero scrivendo con la destra.
Male.
Con il polso rigido.
Con le dita tese.
Come un bambino costretto a usare una mano che non riconosceva.
Giovanni appoggiò lentamente la tazzina sul tavolo.
«Leo.»
Il bambino sobbalzò.
Troppo.
Come chi si aspetta continuamente di essere corretto.
«Da quando scrivi così?»
Leonardo abbassò subito gli occhi.
«Da un po’.»
Una risposta veloce.
Preparata.
Difensiva.
Giovanni sentì un peso nello stomaco.
Conosceva quel bambino meglio di chiunque altro.
Lo aveva visto crescere.
Lo aveva visto colorare muri, rovesciare succo d’arancia sul pavimento, correre nel cortile con la mano sinistra piena di gesso colorato.
Leonardo era mancino da sempre.
Sua madre scherzava spesso su quella cosa.
Diceva che i mancini vedevano il mondo in modo diverso.
Lei stessa lo era.
Con la sinistra cucinava.
Scriveva.
Accarezzava il figlio.
Perfino quando preparava i biscotti di Natale, rompeva le uova sempre con quella mano.
Giovanni ricordava ogni dettaglio.
Anche perché sua figlia non c’era più.
Era morta due anni prima.
Un incidente improvviso.
Una telefonata arrivata troppo tardi.
Una notte che aveva lasciato la famiglia spezzata in due.
Leonardo aveva smesso di parlare per settimane.
Poi lentamente aveva ripreso a vivere.
O almeno così sembrava.
Serena era arrivata pochi mesi dopo.
Nuova compagna del padre.
Elegante.
Sempre impeccabile.
Sempre con i capelli ordinati e le scarpe pulite.
Una donna che parlava poco ma osservava tutto.
All’inizio Giovanni aveva cercato di accettarla.
Non voleva creare tensioni.
Leonardo aveva bisogno di stabilità.
O almeno questo si ripeteva ogni volta che qualcosa dentro di lui gli diceva che c’era qualcosa di sbagliato.
Serena entrò in cucina proprio mentre Giovanni fissava la mano del bambino.
Posò le chiavi vicino alla fruttiera.
Tolse un granello invisibile dal cappotto beige.
Guardò Leonardo.
«Bravo.»
Giovanni si voltò.
«Bravo per cosa?»
Lei si versò un bicchiere d’acqua.
«Perché finalmente usa la mano giusta.»
Nella cucina calò il silenzio.
Persino la moka sembrò smettere di fare rumore.
Giovanni rimase immobile.
«La mano giusta?»
Serena sospirò.
«Sì. Qualcuno doveva correggerlo.»
Leonardo abbassò ancora di più la testa.
Giovanni sentì un fastidio salire lentamente dentro il petto.
«Era mancino dalla nascita.»
«E allora?»
Lei si strinse nelle spalle.
«A scuola lo prendevano in giro. E sinceramente non mi piaceva quella cosa.»
«Quale cosa?»
Serena lo guardò dritto negli occhi.
«Assomigliava troppo a sua madre.»
Quelle parole colpirono Giovanni più forte di quanto si aspettasse.
Leonardo smise completamente di scrivere.
La penna restò sospesa sul foglio.
«Essere mancini non è una colpa,» disse il nonno.
Serena sorrise appena.
Freddamente.
«Magari non è una colpa. Ma certe cose portano solo problemi.»
Giovanni fissò il bambino.
Le dita della mano destra erano rosse.
Segnate.
Come se qualcuno lo avesse costretto a esercitarsi per ore.
«Leo.»
Il bambino non alzò lo sguardo.
«Fa male?»
Piccolo silenzio.
Poi un cenno quasi invisibile.
Serena sbuffò.
«Deve solo abituarsi.»
Quella frase rimase nella testa di Giovanni tutto il giorno.
Deve solo abituarsi.
Come se un bambino potesse essere corretto come una piega sbagliata sulla tovaglia.
Come se cancellare un’abitudine significasse cancellare soltanto un gesto.
Quella sera Giovanni rimase a lungo nel soggiorno della vecchia casa.
Le fotografie di famiglia erano ancora tutte lì.
Cornici in legno.
Vecchie vacanze.
Compleanni.
Pranzi lunghissimi con piatti ovunque e parenti che parlavano troppo forte.
In una foto sua figlia rideva seduta sul pavimento della cucina.
Nella mano sinistra stringeva una penna blu.
Giovanni si avvicinò lentamente.
Aprì il cassetto del mobile vicino alla finestra.
La penna era ancora lì.
Consumata.
Con piccoli graffi sul tappo.
Non aveva mai avuto il coraggio di buttarla.
La prese tra le mani.
E capì che qualcosa non andava davvero.
Non era solo la mano.
Non era solo Serena.
Era il modo in cui Leonardo aveva smesso di essere un bambino.
La domenica successiva tutta la famiglia si riunì per pranzo.
Il tavolo era lungo.
Tovaglia chiara.
Pane appena preso dal forno.
Piatti di pasta fumante.
«Buon appetito,» disse uno zio con la voce troppo allegra.
Nessuno rispose davvero.
Leonardo mangiava lentamente.
Con la destra.
Sempre la destra.
Ogni volta che la sinistra si avvicinava al bicchiere, Serena lo guardava.
Solo uno sguardo.
Ma bastava.
Il bambino correggeva subito il movimento.
Giovanni lo vide.
E vide anche altro.
La paura.
Quella paura silenziosa che i bambini imparano quando qualcuno li controlla troppo.
Durante il dolce, Serena raccontò ridendo che Leonardo stava migliorando.
«Adesso scrive benissimo con la destra.»
Giovanni non rise.
Nemmeno Leonardo.
Il bambino continuava a fissare il tovagliolo davanti a sé.
Lo piegava.
Lo riapriva.
Lo piegava ancora.
Come se volesse sparire dentro quel gesto.
Quella notte Giovanni non dormì.
Camminò lentamente per il corridoio.
Si fermò davanti alla stanza degli ospiti.
Poi davanti alle fotografie.
Poi davanti alla finestra.
Torino era silenziosa.
Lui invece aveva il cuore pieno di rumore.
La mattina dopo andò a prendere Leonardo all’uscita da scuola.
Il bambino salì in macchina senza entusiasmo.
«Tutto bene?» chiese Giovanni.
«Sì.»
Una bugia automatica.
Giovanni accese il motore.
Invece di tornare subito a casa, si fermò in un piccolo bar vicino alla piazza.
Un posto tranquillo.
Tavoli stretti.
Profumo di caffè.
Anziani che leggevano il giornale.
Una coppia che discuteva sottovoce vicino alla finestra.
Ordinarono due cioccolate calde.
E un cornetto.
Leonardo mangiava lentamente.
Quasi senza fame.
Giovanni lo guardò.
«Ti manca la mamma?»
Il bambino si immobilizzò.
Gli occhi si riempirono subito d’acqua.
Ma non pianse.
Non ancora.
Annuì soltanto.
Giovanni tirò fuori lentamente la vecchia custodia di pelle.
La posò sul tavolo.
Leonardo la fissò.
«Cos’è?»
Il nonno aprì la custodia.
Dentro c’era la penna blu.
Gli occhi del bambino si spalancarono.
«Era sua?»
«Sì.»
Leonardo smise di respirare per un istante.
Le dita iniziarono a tremare.
Giovanni gli spinse davanti un tovagliolino.
«Scrivi qualcosa.»
Il bambino guardò Serena.
Anche se Serena non era lì.
Come se avesse paura persino in sua assenza.
Poi lentamente prese la penna.
Con la sinistra.
Naturale.
Immediato.
Come respirare.
Le dita si mossero veloci.
Nessuna rigidità.
Nessuna esitazione.
Solo disperazione.
Quando finì di scrivere, lasciò subito cadere la penna.
Giovanni abbassò gli occhi sul tovagliolino.
E il sangue gli si gelò.
C’era una sola parola.
“Salvami.”
Il nonno alzò immediatamente lo sguardo.
Leonardo aveva il volto bagnato di lacrime.
«Leo…»
Il bambino iniziò a tremare.
«Lei dice che sono sbagliato.»
Giovanni sentì il cuore stringersi.
«Chi?»
«Serena.»
Le mani del bambino si chiusero attorno alla tazza calda.
«Dice che la mamma era debole. Dice che io sto diventando uguale.»
Giovanni chiuse gli occhi per un secondo.
Fu allora che vide i segni sulle dita della mano destra.
Più profondi di quanto pensasse.
«Ti obbliga a scrivere?»
Leonardo annuì.
«Se sbaglio… mi fa ricominciare.»
Il nonno sentì qualcosa rompersi dentro.
Ma il peggio non era ancora arrivato.
Il telefono del bambino vibrò sul tavolo.
Un messaggio.
Leonardo impallidì.
Giovanni prese lentamente il telefono.
Lesse.
“Se tuo nonno ti mette strane idee in testa, stasera butto via tutte le cose di tua madre.”
Per qualche secondo non riuscì nemmeno a parlare.
Leonardo scoppiò finalmente a piangere.
Davanti a tutti.
Senza più riuscire a fermarsi.
Il barista si voltò.
Una donna al bancone si portò una mano alla bocca.
Persino gli uomini vicino alla porta smisero di parlare.
Giovanni abbracciò il nipote.
E fu allora che il bambino tirò fuori lentamente un quaderno dallo zaino.
Lo aprì.
Pagina dopo pagina.
Sempre la stessa frase.
Scritta con la mano destra.
“Non devo essere come mia madre.”
“Non devo essere come mia madre.”
“Non devo essere come mia madre.”
Decine di volte.
Forse centinaia.
Ma nell’ultima pagina, quasi nascosta nell’angolo basso del foglio, c’era un’altra frase.
Scritta velocemente.
Con la sinistra.
Una frase che Giovanni non dimenticò mai.
“Non lasciarmi qui.”