Il Quaderno Bianco Di Enea E La Luce Che Una Maestra Non Spense Mai-tantan - Chainityai

Il Quaderno Bianco Di Enea E La Luce Che Una Maestra Non Spense Mai-tantan

A otto anni, Enea Costa aveva già imparato una cosa che nessun bambino dovrebbe conoscere così presto: certe bugie non servono a scappare da una punizione, ma a proteggere qualcuno che ami.

Lo capii tardi, e forse per questo il suo viso mi è rimasto dentro più di tanti altri.

Insegno da molti anni in una scuola primaria di un paese della pianura emiliana, non lontano da Modena, dove le mattine hanno il rumore delle saracinesche che si alzano, dell’espresso bevuto in piedi al bar e delle biciclette appoggiate in fretta davanti ai cancelli.

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È un posto dove la gente si saluta anche quando va di corsa, dove le madri cercano di uscire di casa con i capelli in ordine anche se hanno dormito poco, e dove un bambino che arriva a scuola con le scarpe pulite sembra dire più cose di quante ne dica con la voce.

Enea arrivò nella mia classe in terza elementare.

Era magro, composto, silenzioso.

Portava spesso una felpa con le maniche tirate fin sopra le dita, come se quelle mani avessero bisogno di sparire.

Non disturbava mai.

Non alzava la voce.

Non rideva per farsi notare e non cercava di diventare il preferito di nessuno.

Se gli chiedevo di leggere, leggeva bene.

Se lo interrogavo in matematica, seguiva il ragionamento con una precisione che a volte sorprendeva anche me.

Arrivava alla soluzione prima di altri bambini più sicuri, più rumorosi, più abituati a ricevere applausi piccoli e quotidiani.

Questo rendeva tutto più difficile da capire.

Perché ogni mattina, quando arrivava il momento di controllare i compiti, il suo quaderno era vuoto.

All’inizio pensai a una settimana storta.

Capita.

Un bambino dimentica il quaderno, un altro perde il diario, un altro ancora ha un pomeriggio pieno e arriva senza esercizi.

Ma con Enea non fu una volta.

Fu il lunedì, poi il martedì, poi il mercoledì.

Il giovedì aveva già imparato ad abbassare lo sguardo prima ancora che io arrivassi al suo banco.

Il venerdì non cercò nemmeno una scusa.

Mise soltanto le mani sopra le pagine bianche.

Quel gesto mi irritò più del quaderno vuoto.

Non perché fosse maleducato, ma perché sembrava una sfida muta.

Io vedevo un bambino intelligente che in classe sapeva fare ciò che a casa non consegnava mai.

Vedevo esercizi non svolti, firme mancanti, note sul diario senza risposta.

Vedevo il mio dovere di insegnante, il registro da compilare, il colloquio da chiedere, la famiglia da coinvolgere.

Così scrissi alla madre.

Una nota semplice, rispettosa, senza accuse.

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