Il Silenzio Di Oreste Davanti All’Uomo Licenziato All’Alba-tantan - Chainityai

Il Silenzio Di Oreste Davanti All’Uomo Licenziato All’Alba-tantan

Il vecchio rimase in silenzio per non umiliare un uomo già distrutto.

A Napoli, il signor Oreste arrivava in piazza quando la città non aveva ancora deciso se svegliarsi o restare nascosta sotto l’ultima ombra della notte.

Aveva 79 anni e camminava piano, con una scopa lunga, un borsone piccolo e le scarpe lucidate con una cura che molti avrebbero trovato inutile per un uomo che passava le mattine a raccogliere rifiuti.

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Per lui, invece, non era inutile.

Era dignità.

La dignità, Oreste l’aveva persa una volta e da allora la trattava come si tratta una cosa fragile: con le mani pulite, con attenzione, senza mostrarla troppo.

Quando arrivava davanti al bar all’angolo, il proprietario stava appena sollevando la serranda.

Dentro, il profumo del primo espresso si mescolava al metallo della macchina, al pane dolce dei cornetti, al rumore secco delle tazzine sistemate in fila.

Oreste non entrava subito.

Prima passava la scopa sul bordo della piazza, vicino alle panchine, poi intorno ai tavolini esterni, poi accanto al cassonetto dove la sera precedente qualcuno lasciava sempre bicchieri, tovaglioli e scontrini come se il mattino dopo non esistesse nessuno incaricato di raccoglierli.

La gente lo salutava.

Qualcuno con rispetto, qualcuno per abitudine, qualcuno con quel tono gentile ma distante che si usa con le persone che si notano senza davvero vederle.

Oreste rispondeva sempre con un cenno.

Non cercava confidenza.

Non perché fosse freddo, ma perché conosceva il prezzo delle parole sbagliate.

Molti anni prima, prima della scopa, prima delle albe silenziose, prima di diventare l’uomo che tutti vedevano piegarsi sulle cartacce, Oreste aveva avuto una piccola attività.

Niente di grande, niente da raccontare con orgoglio nei pranzi lunghi della domenica, ma abbastanza per alzarsi ogni mattina con una chiave in tasca e sentirsi utile.

Aveva clienti abituali, conti da pagare, un registro ordinato e la sensazione di poter reggere il peso della vita.

Poi le cose erano cambiate.

Prima un mese difficile.

Poi due.

Poi una fattura rimandata, una promessa non mantenuta, una telefonata fatta con la voce bassa per chiedere tempo.

Quando cadde, non cadde in un giorno solo.

Cadde un poco alla volta, come una parete che nessuno vede creparsi finché non viene giù davanti a tutti.

Ricordava ancora la prima persona che gli disse: “Mi dispiace.”

Non era stata una frase cattiva.

Eppure gli era rimasta addosso come polvere bagnata.

Perché in quel “mi dispiace” c’era qualcosa di più del dolore.

C’era sollievo.

Il sollievo di chi guarda un altro fallire e pensa, anche solo per un secondo, che per fortuna non è successo a lui.

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