La Bambina Che A Bologna Ricordò Ogni Targa Di Notte-tantan - Chainityai

La Bambina Che A Bologna Ricordò Ogni Targa Di Notte-tantan

La Bambina Che A Bologna Ricordò Ogni Targa Di Notte

A nove anni, Anna aveva già capito una cosa che molti adulti fingono di non sapere: una casa può avere le tende pulite, la moka sul fornello, le scarpe lucidate vicino alla porta, e restare comunque un posto in cui una bambina impara ad avere paura.

La loro casa era a Bologna, in una via dove la sera le finestre si accendevano una dopo l’altra e la vita sembrava normale da fuori.

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Normale era la madre che rientrava stanca, posava la borsa, cercava il sorriso di sua figlia prima ancora di togliersi la giacca.

Normale era lo zio che passava spesso, come se fosse l’uomo indispensabile della famiglia, quello che sistemava una lampadina, portava il pane dal forno, parlava con i vicini abbassando la voce e tenendo sempre la faccia giusta.

Normale, per chi guardava da fuori, era anche Anna che non faceva capricci, non alzava il tono, non interrompeva gli adulti.

Ma nessuno vedeva davvero cosa succedeva quando la porta si chiudeva.

Lo zio aveva scelto una frase per lei, una frase breve, ripetuta con quella calma che fa più paura di un urlo.

“Devi imparare a stare zitta.”

La prima volta Anna pensò che fosse una punizione come le altre, qualcosa che sarebbe durato cinque minuti, forse dieci.

Aveva lasciato un bicchiere sul tavolo, o forse aveva fatto una domanda al momento sbagliato.

Non ricordava più il motivo esatto, perché in certe case il motivo cambia sempre e la paura resta uguale.

Lui aprì la porta del balcone e indicò fuori.

Anna esitò.

Il pavimento era freddo sotto le calze.

La sera aveva già preso il colore blu scuro dei palazzi, e l’aria entrava in casa con un odore di pietra bagnata, fumo lontano e caffè rimasto nel filtro.

“Fuori,” disse lui.

Anna uscì.

La porta finestra si chiuse alle sue spalle.

All’inizio batté piano con le nocche, non forte, perché non voleva far arrabbiare nessuno.

Poi smise.

Capì che lo zio non voleva sentirla.

Voleva vederla obbedire.

Da quella sera il balcone diventò il posto in cui veniva mandata quando faceva una domanda, quando si muoveva troppo, quando guardava troppo, quando sembrava sul punto di dire alla madre qualcosa che non doveva dire.

La madre non sapeva.

O forse sapeva solo una parte, quella più comoda da credere.

Credeva che il fratello la stesse aiutando.

Credeva che Anna fosse solo diventata più silenziosa perché stava crescendo, perché la scuola la stancava, perché a volte i bambini passano fasi strane.

Quando la madre rientrava, lo zio era sempre impeccabile.

Aveva già rimesso in ordine una sedia, già lavato una tazzina, già trovato una frase gentile.

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