La Bambina Di Verona Che Trasformò L’Abbandono In Nascondino-tantan - Chainityai

La Bambina Di Verona Che Trasformò L’Abbandono In Nascondino-tantan

A Verona, Alice aveva sette anni e una casa piena di nascondigli che nessuno cercava davvero.

C’era il vuoto sotto il letto, dove la polvere le faceva pizzicare il naso.

C’era lo spazio dietro le tende, dove la luce del pomeriggio diventava dorata e sottile.

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C’era il cesto della biancheria pulita, profumato di sapone, in cui lei si rannicchiava con le ginocchia al petto.

E poi c’era il corridoio, lungo e stretto, con quel vecchio armadio a muro che sembrava appartenere a un tempo prima di lei.

Alice non aveva deciso subito che la solitudine potesse diventare un gioco.

All’inizio era stata solo attesa.

Un’attesa piccola, fiduciosa, con il sorriso già pronto e gli occhi puntati sulla porta della cucina.

Sua madre faceva il caffè con la moka, lo versava nella tazzina e guardava il telefono ancora prima di bere.

Il cucchiaino batteva una volta contro la ceramica.

Poi arrivava la prima vibrazione.

Alice capiva da quel suono che il giorno aveva già cambiato direzione.

«Mamma, giochiamo?» chiedeva.

La madre sollevava un dito, senza cattiveria, senza rabbia, quasi con dolcezza.

«Solo un minuto, amore. Dopo questa chiamata ti cerco.»

Era una frase normale.

Detta una volta, sembrava solo una promessa rimandata.

Detta ogni giorno, cominciava ad assomigliare a una porta chiusa.

Alice correva comunque.

Aveva quell’età in cui una bambina può credere che il mondo migliori se lei si comporta bene, se non disturba, se aspetta, se non chiede troppo.

Si nascondeva sotto il letto e tratteneva il respiro.

Sentiva sua madre parlare al telefono, camminare dalla cucina al salotto, aprire un cassetto, richiuderlo, sospirare, ridere piano con qualcuno dall’altra parte.

Ogni volta Alice pensava: adesso viene.

Ogni volta il corridoio restava vuoto.

Dopo dieci minuti il gioco era ancora un gioco.

Dopo trenta minuti diventava una prova.

Dopo un’ora Alice usciva da sola, con i capelli spettinati e la maglietta stropicciata, e tornava in cucina come se fosse stata trovata.

«Ero sotto il letto,» diceva, cercando di sorridere.

La madre annuiva, gli occhi ancora sullo schermo.

«Bravissima, tesoro. Ti avrei trovata subito.»

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