La Custodia Del Violino Nascondeva La Lettera Del Padre Di Livia-tantan - Chainityai

La Custodia Del Violino Nascondeva La Lettera Del Padre Di Livia-tantan

A Cremona, il suono del violino può sembrare una benedizione, ma nella stanza di Livia era diventato un rumore che chiudeva la porta dall’interno.

Aveva otto anni, il mento sempre arrossato dove lo strumento le premeva contro la pelle, e due mani che avrebbero dovuto stringere matite colorate, pane caldo, nastri per capelli, non soltanto corde e archetto per dodici ore al giorno.

La mattina cominciava prima della luce piena.

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In cucina la moka borbottava piano, come se la casa volesse svegliarsi con delicatezza, ma la madre di Livia era già vestita, già pettinata, già pronta a trasformare ogni minuto in una prova.

Sul tavolo restava spesso un cornetto intatto, comprato forse per far sembrare normale quella giornata, ma Livia non riusciva quasi mai a finirlo.

Lo guardava con desiderio e paura, perché sapeva che se avesse perso tempo a masticare, sua madre avrebbe guardato l’orologio.

E quando sua madre guardava l’orologio, nella casa entrava una colpa.

La stanza della musica era in fondo al corridoio.

Non era grande, ma sembrava occupare tutto il mondo di Livia.

C’erano il leggio, una sedia, il mobile con le vecchie fotografie, la custodia del violino, fogli con scale e brani, e una finestra da cui a volte entravano rumori semplici: tazzine al bar, passi sul marciapiede, una voce che chiamava qualcuno per nome.

Livia non poteva rispondere a nessuna di quelle vite.

Sua madre girava la chiave nella serratura con un gesto calmo.

Quel gesto non aveva bisogno di rabbia.

Era proprio la calma a renderlo più pesante.

«Cominciamo,» diceva.

Non diceva quasi mai buon giorno.

Non diceva quasi mai hai dormito bene.

Diceva cominciamo, come se la bambina non fosse una bambina, ma un meccanismo da avviare.

Il primo foglio sul leggio portava gli orari scritti a mano.

06:00 scale lente.

08:30 ripetizione senza errore.

11:00 brano intero.

14:00 controllo archetto.

17:30 esecuzione completa.

Tra un blocco e l’altro c’erano pause così brevi che Livia non sapeva se chiamarle davvero pause.

Beveva acqua, si massaggiava le dita, guardava la foto del padre sopra il mobile e poi tornava al centro della stanza.

La foto era l’unica cosa che sembrava guardarla senza giudicarla.

Suo padre non c’era più, ma nella voce della madre era presente ogni giorno.

Non come ricordo dolce.

Come minaccia.

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