La Firma Spezzata Di Marta Sui Fogli Bianchi A Pisa-tantan - Chainityai

La Firma Spezzata Di Marta Sui Fogli Bianchi A Pisa-tantan

La bambina aveva nove anni e pensava che una firma potesse essere un regalo.

Non un regalo grande, non qualcosa da incartare, ma una di quelle piccole cose che fanno brillare gli occhi a un padre stanco quando torna a casa e trova la figlia più ordinata, più brava, più adulta di quanto si aspettasse.

A Pisa, nel pomeriggio, la luce entrava in cucina e cadeva sul tavolo di legno dove Marta sedeva con la schiena dritta.

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La moka era sul fornello, già spenta, e nell’aria restava quel profumo amaro di caffè che lei associava agli adulti, alle conversazioni sussurrate, alle cose importanti da cui i bambini venivano sempre tenuti lontani.

La matrigna appoggiò davanti a lei tre fogli bianchi.

Poi cinque.

Poi una piccola pila, con gli angoli così puliti che Marta ebbe paura perfino di toccarli male.

«Oggi facciamo pratica», disse la donna.

La sua voce era gentile, ma non morbida.

Era una gentilezza rigida, come un vestito troppo stirato.

Marta guardò la penna blu che le veniva offerta.

«Devo scrivere il mio nome?»

«Devi firmare. Il nome lo scrivono tutti. La firma è da grandi.»

La bambina prese la penna con due dita.

Sapeva già scrivere Marta, anche se la M le veniva più grande delle altre lettere.

Sua madre glielo aveva insegnato anni prima, seduta accanto a lei, guidandole il polso con pazienza.

«La prima lettera è come una porta», le diceva.

«Deve stare in piedi.»

Marta ricordava le mani di sua madre più di quanto ricordasse la sua voce.

Ricordava il modo in cui le sistemava i capelli prima di uscire.

Ricordava il fazzoletto piegato nella tasca.

Ricordava una frase, soprattutto, detta una sera in cui in casa c’era troppa tensione per una bambina.

«Quando hai paura, fai la M rotta. Così io saprò che non eri libera.»

Allora Marta non aveva capito.

Le era sembrato un gioco segreto tra madre e figlia.

Un segno piccolo, invisibile agli altri, come nascondere una briciola sotto il piatto.

Dopo la morte della madre, quella frase era rimasta chiusa da qualche parte dentro di lei.

Non era un ricordo da usare ogni giorno.

Era una chiave.

E le chiavi servono solo quando qualcuno prova a chiuderti dentro.

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