La Nonna Che Salvò Il Carboncino Di Un Bambino A Carrara-tantan - Chainityai

La Nonna Che Salvò Il Carboncino Di Un Bambino A Carrara-tantan

A Carrara, la polvere del marmo non restava mai davvero dentro i laboratori.

Usciva dalle porte socchiuse, si posava sui davanzali, entrava nei capelli, sbiancava i polsini delle giacche e faceva sembrare vecchi anche gli oggetti nuovi.

Nonna Alba la conosceva meglio di chiunque altro.

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Aveva 74 anni e per una vita aveva pulito il pavimento di uno studio di scultura, chinandosi dove gli altri passavano in piedi, raccogliendo ciò che cadeva mentre mani più celebrate cercavano forme dentro la pietra.

Non era stata una scultrice.

Non aveva mai firmato un’opera.

Nessuno le aveva chiesto di posare per una statua, né di raccontare cosa vedeva quando entrava la mattina e trovava i blocchi ancora coperti da teli pesanti.

Eppure, lei li guardava.

Guardava le statue incompiute con una tenerezza che non riservava neppure a molte persone vive.

Diceva che una faccia lasciata a metà non era una faccia rovinata, ma una promessa sospesa.

Diceva che una mano ancora intrappolata nel marmo sembrava chiedere pazienza, non forza.

A chi le domandava perché tornasse sempre vicino al laboratorio anche dopo essere stata costretta a rallentare, Alba rispondeva con un gesto piccolo, portandosi due dita al petto.

La tosse, invece, rispondeva per lei.

I polmoni erano diventati fragili.

Troppi anni di polvere, troppi pavimenti asciugati, troppi sacchi spostati, troppi colpi di scopa dati mentre nell’aria galleggiava quella farina bianca che per gli altri era il prezzo dell’arte e per lei era quasi famiglia.

Le avevano detto di stare attenta.

Le avevano detto di non respirare più quella roba.

Le avevano detto, in sostanza, di allontanarsi da un mondo che le aveva consumato il corpo ma non le aveva tolto lo sguardo.

Alba provò a obbedire per qualche settimana.

Restava a casa, preparava la moka, lasciava il caffè borbottare piano e poi lo beveva in piedi, come aveva sempre fatto prima di uscire.

Ma dopo il primo sorso si voltava verso la finestra.

Il paese si muoveva.

Qualcuno passava con il pane del forno sotto il braccio, qualcuno salutava senza fermarsi, qualcuno entrava al bar per un espresso veloce, e il rumore della mattina le arrivava addosso come un invito che non sapeva rifiutare.

Così tornò.

Non per lavorare davvero, si disse.

Solo per salutare.

Solo per camminare fino alla porta, guardare se avevano finito quella figura alta vicino alla parete, chiedere se serviva una mano a piegare qualche carta.

Solo per non sentirsi già messa da parte.

Quel giorno indossava una sciarpa chiara, scarpe pulite e un cappotto ordinato, perché per Alba anche uscire con poco era una questione di dignità.

La Bella Figura, per lei, non era vanità.

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