La Nonna Col Pettine D’Argento Che Ridiede Dignità A Una Ragazza-tantan - Chainityai

La Nonna Col Pettine D’Argento Che Ridiede Dignità A Una Ragazza-tantan

A Bologna, Nonna Rina camminava sempre come se ogni passo dovesse rispettare una promessa fatta a qualcuno molto tempo prima.

Aveva 83 anni, un cappotto scuro tenuto bene, scarpe lucidate anche nei giorni di pioggia e un vecchio pettine d’argento nella tasca interna.

Non era un gioiello.

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Non era un ricordo da mostrare.

Era un oggetto consumato, pieno di piccoli graffi, con il manico ormai tiepido di tutte le volte in cui una mano lo aveva cercato prima di trovare le parole.

Rina era stata parrucchiera per quasi tutta la vita.

Aveva visto donne entrare nel suo salone con il mento alto e uscire più leggere, non perché i capelli fossero perfetti, ma perché per mezz’ora qualcuno le aveva guardate senza giudicarle.

Sapeva che una piega, a volte, non serve per piacere agli altri.

Serve per tornare a sentire che il proprio volto appartiene ancora a sé.

La mattina in cui tutto accadde, si fermò al solito bar vicino all’ospedale.

Prese un espresso al banco, lo bevve lentamente, e lasciò il cucchiaino sul piattino con quella delicatezza antica che sembrava dire che anche i gesti piccoli hanno bisogno di rispetto.

Fuori, la città era già sveglia.

Dentro di lei, invece, c’era una memoria che non si era mai addormentata.

Anni prima, sua figlia si era ammalata.

Nonna Rina ricordava ancora il suono della moka in cucina, il vapore che saliva piano, il tavolo di legno coperto da un asciugamano chiaro e sua figlia seduta davanti a lei con le spalle rigide.

La ragazza di allora non era più una bambina, ma in quel momento aveva la voce di quando aveva cinque anni.

“Mamma, fallo tu.”

Rina aveva preso la macchinetta, ma prima di accenderla aveva appoggiato una mano sulla spalla di sua figlia.

Non voleva piangere.

Non poteva piangere.

Certe madri imparano a tenere il dolore dietro gli occhi, perché sanno che se cade anche una lacrima nel momento sbagliato, la persona davanti a loro crolla.

Così aveva passato la macchinetta sui capelli della figlia.

Una ciocca dopo l’altra.

Sul pavimento cadevano fili scuri, e ogni filo sembrava portare via una parte della vita di prima.

La figlia non guardava lo specchio.

Guardava le mani di sua madre.

Alla fine aveva sussurrato: “Mamma, non guardarmi come se fossi malata.”

Rina non dimenticò mai quella frase.

Da allora capì che la malattia non ruba solo forza, sonno e futuro.

A volte ruba il modo in cui una donna entra in una stanza.

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