La Poltrona Venduta Per Soldi Nascondeva L’Ultima Voce Del Padre-tantan - Chainityai

La Poltrona Venduta Per Soldi Nascondeva L’Ultima Voce Del Padre-tantan

A Torino, la poltrona del padre non era mai stata soltanto una poltrona.

Era il punto più fermo del salotto, quello vicino alla finestra, dove la luce del mattino entrava senza fare rumore e si posava sul giornale piegato sulle sue ginocchia.

Lui si sedeva lì dopo l’espresso, con gli occhiali bassi sul naso e la mano sul bracciolo consumato, come se quella stoffa vecchia gli ricordasse ogni anno passato dentro quella casa.

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Quando le figlie erano bambine, quella stessa poltrona aveva cigolato piano nelle sere di febbre, nelle notti di temporale, nei pomeriggi in cui una delle due fingeva di non avere sonno e poi crollava contro il suo petto.

Non era bella.

Non era moderna.

Aveva la seduta un po’ affondata, un bracciolo più scuro dell’altro e un angolo della stoffa che nessuna coperta riusciva più a nascondere.

Eppure, in quella casa, nessuno l’aveva mai spostata davvero.

Anche quando arrivavano parenti, anche quando si apparecchiava per un pranzo lungo, anche quando qualcuno proponeva di comprare un mobile nuovo, il padre scuoteva la testa e restava lì, con la calma ostinata di chi sa che certe cose non si sostituiscono perché non servono a fare bella figura, servono a ricordare chi sei.

Poi il padre morì.

La casa rimase piena di piccoli oggetti senza padrone.

La moka sul fornello sembrava sempre aspettare una mano che non sarebbe tornata.

Le chiavi erano state lasciate in un piattino vicino all’ingresso.

Il giornale dell’ultimo giorno era ancora piegato nello stesso modo, con una pagina leggermente spiegazzata dove lui aveva appoggiato il pollice.

Le due figlie entrarono e uscirono dalle stanze con passi diversi.

La maggiore camminava piano, come se ogni pavimento avesse una memoria.

La minore apriva cassetti, controllava armadi, sollevava carte, cercando un ordine pratico in mezzo a un dolore che non voleva guardare in faccia.

All’inizio sembrò normale.

Dopo un funerale, tutti cercano qualcosa.

Un documento.

Una ricevuta.

Un mazzo di chiavi.

Un foglio necessario per chiudere una bolletta o spiegare a un ufficio che una persona non c’è più.

Ma in quella ricerca entrò presto un’altra voce.

Era una voce senza volto, nata da un commento a metà, gonfiata davanti a un caffè al bar e ripetuta con la sicurezza crudele delle cose non verificate.

Qualcuno diceva che il padre avesse nascosto dei soldi.

Non in banca.

Non in un cassetto ordinato.

Dentro casa.

Tra le sue cose.

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