La Stanza Rosa Di Sofia E L’Orsetto Che Non Aveva Mai Toccato-tantan - Chainityai

La Stanza Rosa Di Sofia E L’Orsetto Che Non Aveva Mai Toccato-tantan

A Milano, nel tardo pomeriggio, l’appartamento sembrava pronto per essere guardato.

Non vissuto, guardato.

C’era l’odore della moka rimasto sospeso in cucina, una tazzina lavata e messa a testa in giù vicino al lavello, il tavolo pulito con troppa cura e un corridoio dove ogni porta sembrava chiusa nel punto esatto in cui doveva stare.

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Quando il campanello suonò, Sofia era già dietro la donna che le faceva da madre in casa.

Aveva sette anni, una maglia un po’ larga sulle spalle, le calze tirate male e lo sguardo di una bambina che aveva imparato a non occupare spazio.

La donna aprì con un sorriso ordinato.

Non era un sorriso felice.

Era un sorriso preparato, lucido come le scarpe che portava, fermo come il foulard sistemato al collo, controllato come quelle case in cui la bella figura deve arrivare prima della verità.

«Buonasera», disse l’assistente sociale.

Aveva una cartellina sotto il braccio, una penna, un modulo di visita familiare e una riga già segnata in alto: ingresso ore 17:42.

Non entrò come chi vuole sorprendere qualcuno.

Entrò come chi sa che, se una casa nasconde qualcosa, spesso la nasconde proprio davanti agli occhi.

La donna le fece strada nel soggiorno.

Sul mobile c’erano vecchie fotografie in cornici diverse, qualche chiave di famiglia in una ciotola di ceramica, un centrino bianco, un piccolo cornicello appeso vicino alla porta come si fa a volte per scacciare la sfortuna.

Tutto era composto.

Perfino il silenzio.

«Sofia è un po’ timida», disse la donna, voltandosi appena verso la bambina.

Sofia non rispose.

L’assistente sociale non insistette.

Aveva visto bambini parlare per ore e non dire niente, e bambini tacere per dieci minuti e raccontare tutto con le mani, con le spalle, con il modo in cui non guardavano un letto.

La vergogna, nelle famiglie, non sempre urla; certe volte si siede a tavola, dice “buon appetito” e aspetta che gli ospiti se ne vadano.

«Vorrei vedere gli spazi della bambina», disse con voce calma.

La donna annuì subito, troppo subito.

«Certo. Venite, questa è la sua stanza.»

Prese un mazzo di chiavi dalla ciotola, poi sembrò ricordarsi che non le serviva, e lo lasciò cadere di nuovo con un tintinnio leggero.

Quel rumore fece abbassare gli occhi a Sofia.

L’assistente sociale lo notò.

Non scrisse ancora nulla.

A volte una nota messa troppo presto sul foglio fa chiudere una porta che stava per aprirsi.

Il corridoio era stretto, con la luce del pomeriggio che entrava da una finestra e scivolava sul pavimento.

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