L’Anziana Di Bologna Che Cullò Il Figlio Di Una Madre Sfinita-tantan - Chainityai

L’Anziana Di Bologna Che Cullò Il Figlio Di Una Madre Sfinita-tantan

Nella sala d’attesa dell’ospedale, a Bologna, Emilia teneva una borsa di medicinali sulle ginocchia come se fosse l’unica cosa ancora capace di tenerla ferma.

Aveva settantasette anni, un foulard annodato con cura, le scarpe pulite nonostante la mattina difficile, e quel modo educato di sedersi composto anche quando dentro tutto si spezza.

Il profumo del caffè del bar dell’ospedale arrivava a tratti dal corridoio, mischiato al disinfettante, alle giacche umide, alla carta dei documenti sfogliata da mani nervose.

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Emilia aveva appena ricevuto un risultato che non avrebbe voluto sentire.

Il medico era stato gentile.

Troppo gentile, forse.

Aveva parlato lentamente, le aveva indicato un foglio, poi un altro, poi un appuntamento da segnare.

Lei aveva annuito, perché le persone della sua età spesso sanno annuire anche quando non capiscono più se stanno ascoltando una spiegazione o una condanna.

Quando era uscita dalla stanza, non aveva chiamato nessuno.

Il telefono era nella tasca del cappotto, ma non l’aveva preso.

Non voleva disturbare.

Non voleva che qualcuno mollasse il lavoro, la spesa, la fila dal medico, un bambino da prendere a scuola, una mattina già piena.

Non voleva diventare un peso prima ancora di sapere quanto sarebbe stata pesante quella strada.

Così si era seduta nella sala d’attesa, con la borsa dei medicinali davanti, il referto piegato male e un numero stampato su una ricevuta di accettazione.

Ogni tanto abbassava gli occhi sul foglio.

Ogni volta li rialzava subito.

Di fianco a lei, una giovane madre sembrava lottare contro il sonno come contro un nemico.

Aveva un bambino piccolo in braccio, il viso arrossato dalla febbre, una copertina scivolata a metà e una borsa piena di cose aperta ai piedi.

Si vedeva che la notte era stata lunga.

C’erano un termometro infilato in una tasca laterale, un biberon mezzo vuoto, salviette, un foglio con l’orario della visita pediatrica, e un telefono che continuava a illuminarsi senza che lei avesse la forza di guardarlo.

La madre teneva il piccolo contro di sé con una determinazione quasi dolorosa.

Anche mentre la testa le cadeva in avanti, le braccia restavano chiuse attorno a lui.

Emilia la osservò senza invadenza.

Non era curiosità.

Era riconoscimento.

Certe fatiche non hanno bisogno di presentarsi.

Le si vede nelle spalle, nelle mani, nel modo in cui una donna trattiene il respiro quando teme che il figlio ricominci a piangere.

Il bambino emise un lamento piccolo.

La madre aprì gli occhi di scatto, cercò di raddrizzarsi, poi si passò una mano sul viso.

«Scusa, amore mio… scusa…» mormorò, come se dovesse chiedere perdono anche alla febbre.

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