L’Anziano Che Riparò Un Canestro E Salvò Un Ragazzo-tantan - Chainityai

L’Anziano Che Riparò Un Canestro E Salvò Un Ragazzo-tantan

Nella periferia di Milano, dove i palazzi sembravano trattenere il respiro tra una strada trafficata e un cortile dimenticato, c’era un campetto da basket che molti avevano smesso di guardare.

Il cemento era consumato, le linee quasi invisibili, il ferro del canestro segnato dalla ruggine e la rete appesa a metà, strappata come una vecchia benda.

Per quasi tutti era solo un posto rovinato.

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Per Signor Carlo era ancora una palestra a cielo aperto.

Aveva settantacinque anni e camminava piano, con quel passo prudente di chi conosce ogni fitta prima ancora che arrivi.

Si fermava spesso, appoggiava una mano al muro o alla recinzione, poi riprendeva fiato e continuava.

Non usciva per fare la passeggiata elegante di chi vuole farsi vedere.

Usciva perché gli mancava un suono preciso.

Gli mancava il rumore delle scarpe dei ragazzi sul cemento.

Gli mancava la palla che rimbalzava male, il fiato corto dopo una corsa, la voce di qualcuno che gridava “passa” anche quando nessuno aveva davvero intenzione di passare.

Carlo era stato insegnante di educazione fisica.

Non uno di quelli che parlavano solo di muscoli, tempi e risultati.

Lui aveva sempre creduto che lo sport servisse prima a raddrizzare qualcosa dentro, poi eventualmente a vincere qualcosa fuori.

Quando lavorava ancora, guardava i ragazzi negli occhi prima di guardarli correre.

Capiva chi era arrabbiato.

Capiva chi arrivava senza colazione.

Capiva chi rideva troppo forte perché non voleva far vedere di essere fragile.

Con gli anni, però, la scuola era rimasta dietro di lui, insieme alle palestre, ai fischietti e alle file di studenti in tuta.

Gli erano rimasti un appartamento silenzioso, una moka che borbottava ogni mattina per una sola tazzina, un fazzoletto piegato nel taschino e un paio di scarpe vecchie che lucidava comunque.

La dignità, per Carlo, non era questione di soldi.

Era presentarsi al mondo senza lasciargli capire quanto ti aveva stancato.

Ogni giorno raggiungeva il campetto con una borsa leggera.

A volte dentro c’era solo una bottiglietta d’acqua.

A volte un pezzo di gesso.

A volte una corda da bucato arrotolata con cura.

Il primo pomeriggio in cui vide quei ragazzi arrivare, Carlo era seduto sulla panchina di cemento vicino alla recinzione.

Erano cinque o sei, forse di più, perché entravano e uscivano dal campo come se non sapessero se avevano il diritto di restarci.

Portavano zaini sgonfi, felpe larghe, scarpe consumate.

Non avevano divise.

Non avevano un adulto che li chiamasse per nome.

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