Chiesi all’assistente di mia madre cosa facesse oltre a guardare la televisione, e la sua risposta mi fece vergognare per sempre.
Quando entrai nel salotto di mia madre, Elia era seduto accanto a lei.
La televisione era accesa, con il volume basso e le luci del pomeriggio che cadevano sul pavimento come una tovaglia chiara.

Mia madre, Nerina, stava sul divano con una coperta sulle ginocchia.
Teneva una tazza di camomilla tra le mani, stretta con una cura che mi fece pensare a qualcosa di fragile, ma io in quel momento non ebbi abbastanza cuore per capire che la cosa fragile era lei.
Sul tavolino c’erano un piattino, un fazzoletto piegato, il telecomando messo in ordine e un bicchiere d’acqua vicino alla scatola delle medicine.
Dal corridoio arrivava un odore pulito di lenzuola cambiate.
Dalla cucina, invece, restava quel profumo debole della moka appena sciacquata, familiare come certe mattine di tanti anni prima.
Io però non vidi niente di tutto questo.
Vidi solo un uomo seduto.
Vidi la televisione.
Vidi mia madre immobile.
E lasciai che la parte peggiore di me parlasse prima della parte giusta.
Ero arrivato da Milano con il cappotto ancora addosso, la camicia segnata dalla giornata e il telefono che continuava a vibrare nella tasca.
Vivevo sempre come se qualcuno mi stesse inseguendo.
Riunioni, scadenze, pagamenti, messaggi lasciati senza risposta, una casa mia che non abitavo davvero e la casa di mia madre che visitavo quasi sempre con il senso di colpa già pronto in bocca.
Da quando lei non poteva più stare sola, avevamo assunto Elia per aiutarla.
Io avevo firmato i pagamenti, organizzato i turni, comprato le cose necessarie e mi ero raccontato che quella fosse presenza.
Ma la presenza non è un bonifico.
La presenza è una sedia avvicinata al letto alle tre del mattino.
Quella verità, però, quel pomeriggio non la sapevo ancora.
Entrai in salotto senza nemmeno togliermi il cappotto.
Elia sedeva accanto a mia madre con le mani sulle ginocchia, il busto leggermente piegato verso di lei, come se ascoltasse qualcosa che io non sentivo.
La trasmissione del pomeriggio riempiva la stanza con applausi registrati e domande facili.
Mia madre fissava lo schermo.
Ogni tanto muoveva le labbra senza parlare.
A me sembrò vuota.
A me sembrò abbandonata davanti a un quiz.
«Mi scusi, Elia», dissi.
Lui si voltò piano.
Mia madre mosse gli occhi verso di me, ma il suo sguardo non arrivò subito.
Era come se dovesse attraversare una nebbia sottile.
«Come dice?» chiese Elia.
La sua voce era tranquilla.
Quella calma mi irritò ancora di più, perché quando si è pieni di vergogna si scambia la pace degli altri per provocazione.
Incrociai le braccia.
«Dico che ogni volta che passo la trovo qui. Televisione, tisana, coperta. Io pago perché mia madre sia seguita, non perché qualcuno le tenga compagnia davanti a un quiz.»
Le mie parole fecero più rumore di quanto immaginassi.
La casa sembrò stringersi.
Mia madre abbassò lo sguardo sulla tazza.
Le sue dita tremarono appena.
Elia se ne accorse prima di me.
Allungò la mano e prese la tazza con una delicatezza quasi invisibile.
Non la strappò via.
Non disse attenzione.
Non fece pesare a mia madre quel tremore.
La liberò soltanto dal rischio di rovesciarsi la camomilla addosso, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Poi le sistemò la coperta sulle ginocchia.
Io avrei dovuto fermarmi lì.
Avrei dovuto vedere quel gesto.
Avrei dovuto capire che certe forme di cura non fanno rumore proprio perché servono a non umiliare chi le riceve.
Invece continuai.
«Anch’io lavoro», dissi. «Anch’io sono stanco. Vorrei solo capire cosa viene fatto davvero in questa casa.»
Mia madre guardò Elia.
Poi guardò me.
Per un istante mi sembrò che volesse dire qualcosa, ma non trovò il filo.
Elia rimase in silenzio.
Non si difese.
Non alzò la voce.
Non mi elencò le cose fatte per farmi sentire piccolo, anche se ne avrebbe avuto ogni diritto.
Si limitò a piegare meglio un lembo della coperta.
Aveva le mani grandi, rovinate dal lavoro, ma le usava con una precisione da persona abituata a non rompere ciò che gli altri non vedono.
«Domani mattina le lascio un foglio sul tavolo della cucina», disse infine.
Io aspettai.
«Così vedrà quello che non si vede.»
Quella frase mi parve studiata.
Quasi furba.
Pensai che volesse farmi sentire in colpa con due righe sentimentali.
Pensai che avrei cercato qualcun altro.
Una persona più energica, più presente, più simile all’idea che io avevo di un assistente.
La cosa terribile è che, mentre giudicavo lui, non stavo guardando davvero mia madre.
Guardavo il servizio.
Guardavo il prezzo.
Guardavo la mia tranquillità.
Non guardavo lei.
Quella sera salii nella mia vecchia stanza.
C’erano ancora alcuni libri su una mensola, una foto di mio padre in una cornice scura e una scatola con vecchie chiavi che non aprivano più quasi niente.
Mi tolsi il cappotto e lo appesi male alla sedia.
In quella casa, mia madre aveva sempre avuto l’abitudine di raddrizzare tutto.
I cuscini, le scarpe vicino alla porta, le tovaglie, perfino le fotografie quando qualcuno le spostava di un millimetro.
La Bella Figura, per lei, non era vanità.
Era dignità.
Diceva che uscire con le scarpe pulite o apparecchiare bene anche per due persone significava ricordarsi di valere qualcosa.
Ora quella stessa donna aveva bisogno che qualcuno le tagliasse la colazione in pezzi piccoli.
E io, suo figlio, non riuscivo neanche a restare abbastanza a lungo da imparare come farlo.
Mi sedetti sul letto e aprii il telefono.
Scorsi contatti, messaggi, siti, numeri da chiamare.
Avevo già deciso di sostituire Elia.
Non sapevo ancora che quella notte avrebbe sostituito qualcosa dentro di me.
Mi addormentai male.
A un certo punto mi svegliai.
La casa era immersa in un silenzio sottile.
Dal corridoio arrivava una luce pallida, una lama sotto la porta.
Restai fermo, ascoltando.
Poi sentii la voce di mia madre.
Non era un grido.
Era peggio.
Era una voce spaventata che cercava di sembrare normale.
«Devo andare a scuola. I bambini mi aspettano.»
Mi alzai piano.
Il pavimento scricchiolò appena sotto i miei passi.
Nel corridoio, le vecchie foto di famiglia sembravano più vicine del solito.
Mio padre con il cappotto buono.
Mia madre giovane, con un sorriso fermo e una sciarpa chiara al collo.
Io bambino, stretto tra loro, con gli occhi di chi crede che i genitori restino sempre grandi.
La porta della camera di mia madre era socchiusa.
Mi avvicinai senza farmi vedere.
Elia era seduto sul bordo del letto.
Non era in piedi con le braccia conserte.
Non era spazientito.
Non guardava l’orologio.
Teneva la mano di mia madre tra le sue.
«Signora Nerina, è a casa sua», diceva piano. «Va tutto bene. Oggi non deve andare a scuola.»
Mia madre stringeva il lenzuolo.
«Ma farò tardi.»
«No. I bambini stanno bene. Lei può riposare.»
«Devo preparare i quaderni.»
«I quaderni sono a posto.»
«Mi aspettano.»
«Lo so. Lei è stata una brava maestra. Adesso può riposare.»
Quelle parole mi colpirono perché non negavano la sua vita.
Non le dicevano che sbagliava con durezza.
Non la spingevano fuori dal suo ricordo.
Elia entrava nel punto in cui lei si era persa e cercava di riportarla indietro senza strattonarla.
Mia madre era stata maestra elementare per più di trent’anni.
Aveva insegnato a leggere, a contare, a tenere la penna in mano.
Da bambino l’avevo vista correggere quaderni sul tavolo della cucina, con la moka sul fornello e il sugo che sobbolliva piano.
Per me era stata una donna capace di rispondere a tutto.
Negli ultimi tempi, invece, la sua memoria faceva giri strani.
A volte sapeva chi ero.
A volte mi chiamava con il nome di mio padre.
A volte mi guardava come un vicino gentile.
Io credevo di aver accettato la malattia, ma forse avevo accettato solo la parola, non la scena.
La scena era mia madre che diceva di dover andare a scuola nel cuore della notte.
La scena era un uomo quasi estraneo che le teneva la mano meglio di quanto sapessi fare io.
Lei ripeté la stessa frase.
«I bambini mi aspettano.»
Elia rispose.
«Stanno bene.»
Lei la ripeté ancora.
«Farò tardi.»
«Non farà tardi a niente, signora Nerina.»
Ancora.
«Devo andare.»
«Può restare qui.»
Ancora.
Ancora.
Ancora.
Contai senza volerlo.
Sette volte.
Mia madre ripeté la stessa paura sette volte.
Elia rispose sette volte con la stessa calma.
Senza un sospiro.
Senza una piega d’impazienza nella voce.
Senza farla sentire ridicola.
Io rimasi nel corridoio con la vergogna che mi saliva addosso piano, non come uno schiaffo ma come acqua fredda.
Tornai a letto, ma non dormii quasi più.
Sentii movimenti leggeri nella casa.
Un rubinetto aperto.
Un cassetto richiuso.
Passi nel corridoio.
La voce bassa di Elia una volta ancora.
Poi il silenzio.
Alle prime luci del mattino scesi in cucina.
La tavola era pulita.
La moka era sul fornello, pronta ma non accesa.
Due tazzine erano capovolte su un canovaccio.
Vicino al centrotavola c’era un foglio.
Non era una scenata.
Non era una lettera lunga.
Era una pagina scritta a mano, con righe ordinate e orari precisi.
In alto c’era scritto:
Quello che non si vede quando sua madre sembra tranquilla
Rimasi in piedi.
Non mi sedetti subito, forse perché una parte di me aveva già capito che quel foglio mi avrebbe tolto il diritto di continuare a essere ingiusto.
Lessi la prima riga.
5:15 — Sua madre si è svegliata convinta di dover andare a scuola. Rassicurata e riportata a letto.
La seconda.
6:00 — Controllata la pressione. Annotati i valori.
La terza.
7:10 — Preparati i medicinali. Atteso con pazienza perché non voleva prendere la compressa piccola.
Ogni riga era semplice.
Proprio per questo faceva male.
8:00 — Colazione morbida, tagliata in pezzi piccoli.
8:45 — Aiuto per lavarsi e vestirsi. Molta delicatezza, perché si è vergognata.
Mi fermai lì.
La parola vergognata mi entrò dentro.
Mia madre, che mi aveva insegnato a presentarmi bene, che prima di uscire controllava sempre il nodo della sciarpa e le scarpe, ora si vergognava davanti a qualcuno perché aveva bisogno di aiuto per lavarsi e vestirsi.
E quel qualcuno aveva avuto la decenza di non raccontarmelo finché io non lo avevo costretto.
Ripresi a leggere.
9:30 — Cambiate le lenzuola senza farla sentire in colpa.
10:20 — Camminata lenta nel corridoio, per non farle perdere forza nelle gambe.
12:00 — Pranzo dato con calma, un cucchiaio alla volta.
Vidi la scena come se fossi stato lì.
Mia madre al tavolo.
Il cucchiaio avvicinato piano.
La pazienza necessaria a non trasformare il cibo in umiliazione.
A pranzo, in quella casa, un tempo si diceva sempre Buon appetito anche quando eravamo solo in tre.
Era una piccola cerimonia domestica.
Io da ragazzo la trovavo esagerata.
Ora mi sembrava una delle tante cose che non avevo protetto.
Continuai.
13:40 — Ha chiesto di suo marito. Tre volte. Ho risposto senza farla soffrire ogni volta da capo.
Dovetti appoggiarmi al tavolo.
Mio padre era morto da anni.
Io, quando mia madre lo chiedeva, spesso mi bloccavo.
A volte le dicevo la verità troppo in fretta, come se la precisione fosse una forma di rispetto.
Ma per lei ogni volta era la prima volta.
Ogni volta poteva essere un nuovo lutto.
Elia aveva imparato a non farle rivivere la perdita da capo.
Io no.
14:10 — Accesa la trasmissione del pomeriggio. Le voci familiari la calmano.
Guardai verso il salotto.
Il televisore era spento.
Il divano sembrava normale.
La coperta era piegata sul bracciolo.
Tutto quello che il giorno prima mi era parso pigrizia adesso aveva una forma diversa.
Non era abbandono.
Era strategia.
Era memoria usata come medicina.
Era qualcuno che aveva osservato mia madre abbastanza da capire che certe voci la riportavano a riva.
Lessi l’ultima riga.
15:00 — Seduto accanto a lei. In silenzio. Primo momento della giornata in cui non ha avuto paura.
La lessi una volta.
Poi una seconda.
Poi una terza.
Il silenzio che avevo giudicato era stato il primo momento di pace di mia madre.
L’uomo che avevo accusato di non fare nulla stava facendo la cosa più difficile: restare.
Sotto, in fondo al foglio, c’era una frase più piccola.
Sembrava aggiunta dopo, forse con esitazione.
Quando mi vede seduto, spesso sta guardando l’unico momento in cui sua madre si sente al sicuro.
Mi sedetti.
Non fu una scelta elegante.
Mi mancò proprio la forza nelle gambe.
All’improvviso vidi la casa in un altro modo.
Il bagno pulito.
Le medicine in ordine.
Il brodo già pronto.
Gli asciugamani piegati.
I bigliettini semplici attaccati agli sportelli.
La poltrona messa nella posizione giusta.
Le scarpe di mia madre sistemate vicino alla porta, pulite come avrebbe voluto lei.
Il fazzoletto piegato accanto alla tazza.
La coperta non buttata, ma posata in modo che lei potesse prenderla senza chiedere aiuto.
Tutto quello che funzionava perché qualcuno lo faceva funzionare.
Non avevo visto cura.
Avevo visto solo il risultato della cura.
Ed è facile disprezzare la fatica degli altri quando quella fatica è riuscita così bene da rendersi invisibile.
Elia entrò in cucina poco dopo.
Non fece rumore.
Disse appena «permesso» sulla soglia, come se quella non fosse già diventata anche la sua stanza di lavoro, di veglia e di pazienza.
Aveva il viso stanco.
Gli occhi erano cerchiati.
La camicia era pulita ma consumata ai polsi.
In mano teneva un panno, probabilmente preso prima ancora di fare colazione.
Mi guardò come se si aspettasse un altro rimprovero.
Questa fu la cosa che mi fece più male.
Non sembrava arrabbiato.
Sembrava pronto a incassare.
Io mi alzai.
Per un istante non trovai parole.
Tutto quello che avevo detto il giorno prima era ancora lì, nella stanza, tra noi due.
Non si può cancellare una frase ingiusta fingendo che il mattino basti a lavarla via.
Guardai la moka.
«Prende un caffè?» chiesi.
Elia rimase sorpreso.
Sbatté le palpebre una volta, come se la domanda fosse più difficile dell’accusa.
«Sì, grazie», disse. «Senza zucchero.»
Preparai due tazzine.
Il gesto mi sembrò piccolo e insieme enorme.
Avevo fatto mille caffè nella vita, di corsa, distratto, in piedi, pensando ad altro.
Quello fu il primo che preparai come scusa.
Glielo porsi.
«Mi dispiace», dissi.
Lui prese la tazzina con entrambe le mani.
Non rispose subito.
Io continuai, perché finalmente non avevo più diritto al silenzio comodo.
«Ho visto mia madre calma e ho pensato che lei non stesse facendo niente.»
Elia abbassò gli occhi.
Guardò il caffè.
Poi disse una frase che mi spezzò più del foglio.
«Sua madre è una brava donna.»
Annuii, ma lui non aveva finito.
«Parla spesso di lei.»
Sentii un nodo in gola.
«Anche quando non mi riconosce?»
Elia fece un piccolo sorriso.
Non era un sorriso felice.
Era uno di quei sorrisi che servono a tenere insieme una verità senza farla cadere addosso a qualcuno.
«A volte la memoria perde i nomi», disse. «Ma certe presenze restano.»
Non riuscii a rispondere.
Mi vennero le lacrime lì, in cucina, davanti a un uomo che avevo giudicato senza sapere niente.
Non piansi in modo composto.
Mi coprii gli occhi con una mano e mi vergognai come un figlio, non come un datore di lavoro.
Elia non si avvicinò troppo.
Non mi mise una mano sulla spalla per fare scena.
Restò lì, rispettando perfino il mio crollo.
Quella mattina non cercai nessun altro assistente.
Cancellai i numeri che avevo salvato la sera prima.
Poi chiesi a Elia di mostrarmi cosa potevo fare.
Lui non approfittò del mio pentimento.
Non mi fece pesare l’ignoranza.
Mi insegnò.
Mi mostrò come avvicinarmi a mia madre senza arrivarle addosso troppo in fretta.
Mi spiegò che bisognava dirle prima cosa stava per succedere, anche per le cose semplici.
«Adesso ci alziamo.»
«Adesso mettiamo la vestaglia.»
«Adesso andiamo in cucina.»
Mi spiegò che la fretta la spaventava.
Mi spiegò che se lei diceva di dover andare a scuola non serviva ridere, correggere subito o discutere.
Serviva entrare piano in quella paura e accompagnarla fuori.
La cura non è vincere una discussione con la realtà.
La cura è non lasciare sola una persona mentre la realtà le scivola dalle mani.
Rimasi qualche giorno in più.
All’inizio ero impacciato.
Tenevo mia madre per il gomito con troppa prudenza o troppo poco coraggio.
Le parlavo forte, come se il problema fosse l’udito e non la memoria.
Le facevo domande inutili.
«Ti ricordi?»
Era la domanda peggiore.
Elia mi guardò una volta, con gentilezza, e disse soltanto: «Meglio raccontarle noi, senza esaminarla.»
Da quel momento cambiai.
Invece di chiederle se ricordava il forno dove comprava il pane, le dicevo: «Ti piaceva andare al forno la mattina, vero? Tornavi sempre con il pane caldo.»
Lei a volte sorrideva.
A volte no.
Ma non si sentiva interrogata.
Imparai ad aiutarla ad alzarsi senza metterle fretta.
Imparai a ripetere la stessa risposta molte volte.
Imparai a sedermi accanto a lei senza guardare il telefono.
La prima volta fu difficilissimo.
Avevo la mano che cercava la tasca da sola.
Poi guardai le mani di mia madre sulla coperta.
Erano più magre di come le ricordavo.
Quelle mani mi avevano allacciato le scarpe, preparato merende, corretto compiti, tirato su quando cadevo.
Mi sembrò assurdo che io non sapessi restare fermo dieci minuti per loro.
Una sera, mentre la televisione trasmetteva di nuovo il quiz del pomeriggio, lei mi prese la mano.
Non guardava me.
Guardava lo schermo.
Le luci cambiavano sul suo viso.
«Lei è gentile», mi disse.
Per un momento mi fece male.
Prima mi avrebbe distrutto.
Avrei pensato solo al fatto che mia madre non mi riconosceva.
Avrei voluto correggerla.
Avrei voluto dire sono io, mamma, sono tuo figlio.
Quella volta respirai.
Le strinsi piano la mano.
«Sono qui, mamma.»
Lei non rispose.
Ma non lasciò la mia mano.
Elia era seduto poco più in là.
In silenzio.
Lo stesso silenzio che avevo giudicato.
Ora lo capivo.
Non era pigrizia.
Non era comodità.
Non era tempo vuoto.
Era sorveglianza senza invadenza.
Era presenza senza rumore.
Era una forma di amore che non cerca applausi perché è troppo occupata a impedire a qualcuno di cadere.
Nei giorni successivi iniziai a vedere tutto.
Il modo in cui Elia metteva il bicchiere sempre nello stesso punto.
Il modo in cui lasciava una luce accesa nel corridoio, non troppo forte, non troppo debole.
Il modo in cui piegava la coperta perché mia madre potesse riconoscerla al tatto.
Il modo in cui parlava di mio padre senza riaprire la ferita.
Il modo in cui proteggeva la dignità di mia madre anche quando lei non sapeva più difenderla da sola.
Un pomeriggio gli chiesi come facesse a non perdere la pazienza.
Eravamo in cucina.
La moka borbottava piano.
Mia madre dormiva sul divano con la televisione bassa.
Elia asciugò una tazzina e ci pensò.
«La perdo anch’io», disse.
Mi sorprese.
«Davvero?»
«Dentro sì. A volte sono stanco. A volte vorrei sedermi e non sentire più nessuno per dieci minuti.»
Lo disse senza vergogna.
Poi guardò verso il salotto.
«Ma lei non lo fa apposta. Se io le faccio pesare la mia stanchezza, lei sente solo di essere un problema. E una persona non diventa un problema solo perché ha bisogno.»
Quella frase mi rimase addosso.
Una persona non diventa un problema solo perché ha bisogno.
Pensai a quante volte avevo parlato di mia madre usando parole pratiche.
Gestione.
Turni.
Costi.
Assistenza.
Soluzioni.
Parole utili, certo.
Ma fredde, se restano sole.
Mia madre non era una gestione.
Era Nerina.
Era la donna che metteva il pane dritto sul tavolo perché diceva che le cose di casa meritano rispetto.
Era la maestra che non buttava mai un disegno dei suoi alunni senza guardarlo due volte.
Era la madre che mi aspettava sveglia quando rientravo tardi, fingendo di leggere.
Era ancora lì, anche quando la memoria la tradiva.
A volte bisognava solo cercarla in un altro modo.
Il giorno prima di ripartire, trovai Elia in salotto che cambiava posizione alla poltrona.
La spostava di pochi centimetri.
Io sorrisi.
«Anche questo è nel foglio?»
Lui capì che non lo stavo prendendo in giro.
«No», disse. «Questo l’ho imparato dopo. Se la poltrona è troppo vicina alla finestra, il riflesso la confonde. Pensa che ci sia qualcuno fuori.»
Guardai la finestra.
Guardai la poltrona.
Pensai a quante paure esistono in una stanza normale quando la mente non riesce più a interpretarla.
Pensai a quanta intelligenza ci vuole per rendere una casa meno spaventosa.
Prima di andare via, mi fermai accanto a mia madre.
Lei era sveglia.
Aveva una sciarpa leggera sulle spalle, scelta da Elia perché sapeva che a lei piaceva sentirsi in ordine.
Mi sedetti vicino.
«Devo tornare a Milano», dissi piano.
Lei mi guardò.
Per qualche secondo i suoi occhi furono limpidi.
«Hai mangiato?» chiese.
Sorrisi.
Era una domanda semplice.
Era una domanda da madre.
«Sì, mamma.»
Lei annuì, soddisfatta.
Poi aggiunse: «Porta una giacca. La sera fa fresco.»
Mi vennero di nuovo le lacrime.
Non perché mi avesse riconosciuto del tutto.
Forse no.
Ma perché l’amore, in lei, trovava ancora la strada delle cose pratiche.
Mangiare.
Coprirmi.
Non fare tardi.
Era il suo modo di restare madre anche quando la memoria perdeva le mappe.
Abbracciai Elia prima di partire.
Fu un gesto breve, quasi goffo.
Lui restò rigido per un istante, poi mi diede una pacca leggera sulla schiena.
«La chiamo stasera», dissi.
«Le farà piacere», rispose.
«Anche se non capisce?»
Elia guardò verso il salotto.
«Capisce più di quanto sembra. Solo non sempre nello stesso modo in cui vorremmo noi.»
In macchina, prima di accendere il motore, rimasi con le mani sul volante.
Pensai al giorno prima, alla mia voce dura, alla frase sul quiz, alla mia sicurezza ridicola.
Mi resi conto che avevo confuso il movimento con il lavoro e il silenzio con l’assenza.
Invece ci sono lavori che sembrano piccoli perché non producono rumore.
Cambiare lenzuola senza far vergognare qualcuno.
Rispondere sette volte alla stessa domanda.
Tagliare il cibo in pezzi piccoli.
Accendere una trasmissione non per distrarsi, ma per calmare una paura.
Sedersi accanto a una persona nel primo momento della giornata in cui non ha paura.
Da allora giudico meno in fretta chi si prende cura degli altri.
Non sempre ci riesco.
La fretta torna.
L’orgoglio torna.
La tentazione di misurare tutto con ciò che si vede torna.
Ma poi penso a quel foglio sul tavolo della cucina.
Penso alla riga delle 15:00.
Penso a Elia seduto accanto a mia madre, in silenzio, mentre io scambiavo quel silenzio per niente.
E mi ricordo che a volte ciò che sembra non fare niente è proprio ciò che tiene insieme una persona che sta andando in pezzi.
Mi ricordo che la cura vera non sempre assomiglia all’azione.
A volte assomiglia a una sedia vicina.
A una tazza tolta prima che cada.
A una coperta sistemata senza farlo notare.
A una voce che ripete per la settima volta, con la stessa dolcezza della prima: va tutto bene, lei può riposare.
E ogni volta che rientro in quella casa, prima di parlare guardo meglio.
Guardo la moka.
Guardo le medicine in fila.
Guardo le foto dritte sulle pareti.
Guardo mia madre.
Guardo Elia.
Poi tolgo il cappotto, mi siedo accanto a lei e provo finalmente a fare la cosa che lui aveva fatto fin dall’inizio.
Resto.