Lo Zio Inventò Un Debito Per Rubare La Casa Alle Nipoti-tantan - Chainityai

Lo Zio Inventò Un Debito Per Rubare La Casa Alle Nipoti-tantan

Lo zio inventò che il padre morto aveva ancora debiti, solo per tenersi la casa.

A Catania, la casa del padre non era grande, non era elegante, non era il tipo di casa che fa voltare la gente per strada.

Ma per le sue due figlie era l’unico posto dove il lutto avesse ancora una forma riconoscibile.

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C’era la cucina piccola, con la moka lasciata sul fornello.

C’era il tavolo di legno dove da bambine avevano fatto i compiti, litigato per una sedia, aspettato il pranzo della domenica.

C’erano le vecchie foto in cornice, alcune dritte, altre leggermente inclinate, come succede nelle case dove il tempo non viene cancellato, ma resta appeso ai muri.

Dopo il funerale, le due sorelle entrarono senza parlare.

La maggiore teneva una busta con documenti piegata sotto il braccio.

La minore stringeva le chiavi della casa così forte che il metallo le lasciò un segno rosso nel palmo.

Fu lei a chiudere la porta.

Il suono della serratura sembrò definitivo.

Per qualche secondo rimasero lì, nell’ingresso, come due ospiti dentro la propria vita.

Non c’era più la voce del padre che diceva di togliersi la giacca, di sedersi, di mangiare almeno qualcosa.

Non c’era più il rumore dei suoi passi, sempre riconoscibili perché teneva le scarpe pulite anche quando usciva solo per comprare il pane.

La casa aveva odore di caffè vecchio, sapone e carta.

Sul mobile vicino alla cucina c’era ancora un foulard piegato male, lasciato lì da lui in una mattina qualunque.

La sorella maggiore lo vide e abbassò lo sguardo.

La minore, invece, si avvicinò alla moka e la toccò appena, come se potesse ancora essere tiepida.

Era fredda.

Fu in quel momento che bussarono.

Non era un colpo incerto.

Era il colpo di qualcuno che non chiedeva davvero permesso.

La sorella maggiore andò ad aprire.

Sulla soglia c’era lo zio.

Portava una camicia ben stirata, i pantaloni scuri e le scarpe lucidate con una cura quasi offensiva in un giorno come quello.

Aveva il volto serio di chi vuole sembrare addolorato, ma non riusciva a nascondere l’impazienza.

“Posso entrare?” chiese.

La domanda arrivò tardi, perché aveva già fatto mezzo passo dentro.

La minore non disse niente.

La maggiore si spostò di lato.

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