Mio Padre Rise Col Sangue Sull’Asfalto, Poi Partì La Chiamata-tantan - Chainityai

Mio Padre Rise Col Sangue Sull’Asfalto, Poi Partì La Chiamata-tantan

Il sapore del ferro arrivò prima del dolore.

Mi riempì la bocca con una lentezza pesante, densa, così reale che per qualche secondo non riuscii a capire se stessi respirando, tossendo o affogando.

Il mondo sopra di me non era fermo.

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Girava a scatti: il bordo della portiera, il cielo bianco di luce, il riflesso di una vetrina, le mie mani sull’asfalto, il telefono stretto ancora tra le dita.

Il colpo mi aveva lasciato un battito separato nel cranio, un punto vivo che pulsava come se dentro la testa qualcuno stesse bussando per uscire.

E lui rideva.

Non una risata rumorosa, non quella che avrebbe fatto voltare tutto il parcheggio.

Una risata bassa, quasi educata, come quando un uomo vuole sembrare padrone della situazione perfino davanti a una ragazza a terra.

«Forse adesso il tuo cranio combacia col tuo QI», disse mio padre.

Le parole arrivarono pulite.

Troppo pulite.

Non c’era panico nella sua voce, non c’era rimorso, non c’era nemmeno quella furia cieca che a volte potevo prevedere e dalla quale, in qualche modo, avevo imparato a difendermi.

C’era calma.

La stessa calma che usava quando, dopo aver distrutto qualcosa, chiedeva a tutti di parlare più piano perché i vicini non dovevano sentire.

La stessa calma che metteva a tavola insieme ai piatti puliti, alla tovaglia ben stesa, alle scarpe lucidate prima di uscire anche solo per comprare il pane al forno.

La calma della Bella Figura.

Quella calma mi spaventava più della maniglia.

La portiera dell’auto era aperta accanto a me, e il metallo aveva ancora la forma del gesto nella mia memoria.

Avevo visto il braccio muoversi, avevo sentito il colpo, poi il mondo si era inclinato.

Adesso lui era sopra di me, ma non abbastanza vicino da inginocchiarsi.

Mio padre non si inginocchiava per nessuno.

Sbattei le palpebre contro il sole e nel finestrino vidi il suo riflesso: la mascella serrata, il sorriso sottile, gli occhi già impegnati a costruire la versione della storia che avrebbe raccontato dopo.

Forse avrebbe detto che ero caduta.

Forse che avevo urlato per niente.

Forse che, come sempre, ero esagerata.

Avevo sedici anni, eppure quella parola mi seguiva da quando ero bambina.

Esagerata se piangevo.

Esagerata se rispondevo.

Esagerata se avevo paura.

Esagerata se ricordavo cose che gli altri preferivano lasciare sotto la tovaglia insieme alle briciole.

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