Mio marito diceva che buttavo via i mercoledì, finché un ragazzo sconosciuto entrò con quella sciarpa storta.
Mi chiamo Teresa, ho 64 anni, e per quasi tutta la vita ho lavorato in una piccola biblioteca comunale vicino a Bologna.
Non era una biblioteca grande, di quelle che fanno impressione quando entri.

Era piccola, con i tavoli consumati, gli scaffali che conoscevo a memoria, il silenzio pieno di respiri e le finestre che al mattino prendevano una luce morbida.
Per anni la gente veniva da me per cercare un libro, un consiglio, un posto tranquillo dove sedersi.
C’erano bambini che mi chiedevano sempre gli stessi volumi illustrati.
C’erano studenti che facevano finta di studiare e invece aspettavano un messaggio.
C’erano uomini anziani che leggevano il giornale come se fosse un rito e signore che entravano solo per parlare cinque minuti, anche quando dicevano di essere passate per un romanzo.
Io conoscevo i loro nomi.
E loro conoscevano il mio.
Poi sono andata in pensione.
All’inizio mi sembrò quasi un regalo.
Niente sveglia presto.
Niente scaffali da sistemare.
Niente tessere smarrite, libri in ritardo, bambini da richiamare con un sorriso perché in biblioteca, sì, si cammina piano.
Mi alzavo, preparavo la moka, aprivo la finestra, guardavo la strada sotto casa e pensavo che finalmente avrei avuto tempo.
Tempo per stirare con calma.
Tempo per fare una passeggiata senza guardare l’orologio.
Tempo per sedermi al bar, bere un espresso in piedi al banco e ascoltare il rumore delle tazzine.
Ma il tempo, quando nessuno te lo chiede più, può diventare una stanza troppo grande.
Dopo qualche mese ho sentito un vuoto strano.
Non era noia.
Era peggio.
Era la sensazione che nessuno avesse più bisogno di me.
Mio marito Gianni mi diceva spesso di godermela.
“Teresa, hai lavorato abbastanza,” ripeteva, con il giornale aperto e gli occhiali bassi sul naso.
Io annuivo.
Ma dentro mi chiedevo cosa volesse dire davvero godersi una vita in cui nessuno ti chiama più per nome.
Una mattina di mercoledì mi svegliai prima della sveglia che non avevo più messo.
La casa era pulita.
Il bucato era piegato.
La moka borbottava piano.
Gianni dormiva ancora.
Io guardai la mia borsa di lana, i ferri lasciati in un cesto vicino alla poltrona e pensai che forse non mi serviva essere indispensabile.
Forse mi bastava essere presente.
Così alle nove presi la macchina e andai alla Casa Serena, una residenza per anziani alla periferia della città.
Non avevo parenti lì.
Non avevo amiche.
Non conoscevo nessuno.
Entrai con un filo di vergogna, come quando si apre una porta e non si sa se si ha davvero il diritto di stare in quel luogo.
All’ingresso c’era un registro del turno, un carrello con bicchieri di plastica, un odore leggero di disinfettante e caffè.
Un’operatrice mi sorrise con prudenza.
“Signora, cerca qualcuno?”
“No,” risposi. “Mi siedo solo un po’.”
Lei non capì, ma non mi mandò via.
Io andai nella sala comune, scelsi una sedia vicino al tavolo grande, tirai fuori lana e ferri e cominciai a lavorare a maglia.
Le prime volte mi guardarono tutti con sospetto gentile.
È un tipo di sospetto che conosco bene.
Non ha cattiveria, ma tiene le distanze.
Una signora mi osservava dalla poltrona vicino alla finestra.
Un uomo con il bastone passò due volte davanti al tavolo senza dire una parola.
Un’altra donna fissò il gomitolo come se potesse nascondere un motivo segreto.
E forse lo nascondeva davvero.
Io non ero lì per fare la maglia.
Ero lì per guardare chi ormai quasi nessuno guardava più.
Gli anziani avevano il pranzo, le medicine, il letto pulito.
Tutto era in ordine.
C’erano orari, fogli, carrelli, firme, bicchieri numerati, cartelle, procedure.
Si chiedeva loro se avevano mangiato.
Se avevano dormito.
Se avevano preso le pastiglie.
Se avevano dolore qui o là.
Ma quasi nessuno chiedeva più: “Lei chi era, prima?”
Quella domanda, per me, pesava più di tutte.
Perché quando nessuno ti chiede chi eri, piano piano rischi di credere di non essere stato niente.
Il primo mese non accadde quasi nulla.
Io arrivavo il mercoledì alle 09:00, salutavo, mi sedevo e lavoravo.
Qualche volta portavo un cornetto diviso a metà con Gianni, ma lui scuoteva la testa quando mi vedeva uscire.
“Perché fai tutta questa strada?” mi domandava.
“Per passare un po’ di tempo,” rispondevo.
“Il tempo non si passa così,” diceva lui.
Io non litigavo.
In certi matrimoni lunghi si impara che non tutte le frasi meritano una battaglia.
Un mercoledì, mentre cercavo di rimediare a una sciarpa venuta fuori più stretta da un lato, una donna si fermò davanti a me.
Si chiamava Agnese.
Aveva 86 anni, i capelli bianchi raccolti con due forcine e uno sguardo duro, di quelli che non regalano niente.
Era vestita con cura, anche lì dentro.
La maglia abbottonata bene, le pantofole allineate, un piccolo foulard al collo come se mantenere la forma fosse l’ultimo modo per non farsi portare via tutto.
Indicò il mio lavoro.
“Quella sarebbe una sciarpa?”
“Sì,” dissi. “Almeno nelle intenzioni.”
Lei strinse gli occhi.
“È tutta storta.”
“Sì. Mi somiglia.”
Agnese non rise.
Però non se ne andò.
Rimase lì, con le mani unite davanti alla vita, guardando la lana come si guarda una cosa che irrita e attira nello stesso momento.
Allora presi un altro paio di ferri dalla borsa e li appoggiai sul tavolo.
“Vuole aiutarmi a farla ancora più storta?”
Lei guardò i ferri come se fossero arrivati da un’altra epoca.
“Non lavoro a maglia da trent’anni.”
“Perfetto,” dissi. “Così non ci accorgiamo degli errori.”
Fece finta di sbuffare.
Poi si sedette.
Le mani le tremavano.
La prima maglia cadde subito.
Anche la seconda.
Agnese si irrigidì.
In quel gesto piccolo vidi una vergogna enorme.
Non era solo lana che scivolava.
Era il corpo che tradiva la memoria davanti a una sconosciuta.
“Vede?” disse secca. “Non sono più buona.”
Io scossi la testa.
“No. Le mani devono solo ricordarsi.”
Lei mi lanciò un’occhiata diffidente, ma non si alzò.
Passarono dieci minuti.
Poi venti.
Piano piano, le dita di Agnese ritrovarono un ritmo piccolo, fragile, ma vero.
Non era perfetto.
Non era nemmeno regolare.
Ma era suo.
Quel giorno mi raccontò che da giovane aveva lavorato in una merceria.
Conosceva i bottoni a memoria.
Sapeva distinguere una lana buona solo toccandola.
Aveva fatto golfini per i figli, scialli per le vicine, copertine per neonati che adesso, diceva lei, avevano già i capelli grigi.
Mentre parlava, il suo viso cambiava.
Non diventava dolce.
Agnese non era una donna dolce, o almeno non nel modo facile.
Ma diventava intera.
Poi si fermò e guardò le sue mani.
“Adesso nessuno mi chiede più niente,” disse. “Solo se mi fa male qui o là.”
Io non trovai una risposta intelligente.
Così rimasi zitta.
E continuammo a lavorare.
Da quel giorno, Agnese mi aspettò ogni mercoledì.
Non lo ammetteva mai.
Diceva che i colori che sceglievo erano tristi.
Che la lana pizzicava.
Che facevo le maglie troppo larghe.
Che se avessi lavorato così in merceria mi avrebbero rimandata a casa dopo due giorni.
Ma se arrivavo con cinque minuti di ritardo, lei era già al tavolo, con i ferri davanti, fingendo di non aver guardato l’orologio.
Io facevo finta di crederle.
Lei faceva finta di non aspettarmi.
E in quel piccolo teatro, settimana dopo settimana, nacque qualcosa che assomigliava a un’amicizia.
A casa, Gianni continuava a non capire.
“Ti stanchi per niente,” diceva.
“Non è per niente.”
“Allora cos’è?”
Non sapevo spiegarlo.
Come si spiega che a volte una persona resta viva perché qualcuno le lascia correggere un punto storto?
Come si spiega che la dignità può stare in un gomitolo da pochi euro, in un tavolo condiviso, in una frase ascoltata fino alla fine?
Così smisi di provarci.
Il mercoledì mi mettevo una sciarpa, prendevo la borsa e uscivo.
Gianni brontolava.
Io chiudevo la porta piano.
Dopo due mesi, sul tavolo della Casa Serena c’era una piccola montagna di sciarpe.
Alcune erano troppo corte.
Alcune troppo lunghe.
Una sembrava stretta da una parte e gonfia dall’altra, come se avesse litigato con se stessa a metà strada.
Agnese le fissò con aria severa.
“E adesso? Le mettiamo al museo degli orrori?”
Sorrisi.
“No. Le regaliamo a ragazzi che hanno bisogno di caldo.”
Lei mi guardò come se avessi appena detto una sciocchezza elegante.
“Ragazzi?”
“Sì.”
“I ragazzi non vogliono le cose fatte dalle vecchie.”
La frase uscì ruvida, ma sotto c’era una ferita.
Non parlava dei ragazzi.
Parlava di sé.
Presi dalla borsa alcuni cartoncini bianchi.
“Magari sì,” dissi. “Se capiscono che qualcuno ci ha messo tempo per loro.”
Agnese fece un gesto con la mano, piccolo e secco.
“Troppo sentimentale.”
“Può essere.”
“E cosa dovrei scrivere?”
“Quello che vuole.”
“Non voglio niente.”
“Anche questo è già qualcosa.”
Lei mi guardò male.
Poi prese un cartoncino.
La settimana dopo arrivò con una sciarpa arancione.
Era lunghissima.
Storta.
Con un punto perso quasi al centro.
Ma aveva qualcosa di vivo.
Il colore sembrava una piccola sfida alla sala grigia, ai carrelli, alle medicine, ai giorni tutti uguali.
Attaccato alla lana c’era un biglietto scritto con mano tremante.
Fatta da Agnese, 86 anni. Tu vali il tempo che ci ho messo.
Lessi quella frase e sentii un nodo in gola.
Agnese guardò altrove.
“Troppo sentimentale?”
“No,” dissi piano. “È perfetta.”
Lei non rispose.
Ma vidi le sue dita sfiorare il bordo del biglietto, come se anche lei non si aspettasse di aver scritto una cosa tanto vera.
Le sciarpe finirono in una piccola casa di accoglienza per ragazzi in difficoltà.
Non ci fecero fotografie.
Non ci furono applausi.
Nessuno venne a stringerci la mano.
Ci fu solo una scatola piena di lana imperfetta, un modulo firmato, una data segnata in cima al foglio e quei biglietti scritti da una donna che pensava di non servire più a nessuno.
Agnese, il mercoledì dopo, fece finta di non essere curiosa.
“Le avranno buttate,” disse.
“Non credo.”
“I ragazzi vogliono roba comprata.”
“Forse.”
“E poi quella arancione era troppo lunga.”
“Anche questo forse.”
Lei sbuffò.
Ma per tutta la mattina lavorò più piano, come se aspettasse una risposta da un luogo che non conosceva.
Passarono alcune settimane.
Il freddo arrivò davvero.
Alla Casa Serena le finestre restavano chiuse più a lungo e nella sala comune l’odore del caffè del pomeriggio si mescolava a quello della lana.
Io continuavo ad andare.
Agnese continuava a criticarmi.
La nostra montagna di sciarpe cresceva.
Altri anziani si avvicinarono.
Un uomo che non parlava quasi mai cominciò a dividere i gomitoli per colore.
Una signora che diceva di non vedere bene teneva fermi i cartoncini mentre io facevo i nodi.
Qualcuno raccontava un lavoro di gioventù.
Qualcuno ricordava una madre, una sorella, un figlio.
Ogni mercoledì, per un’ora o due, quella sala non sembrava più un posto dove le persone aspettavano.
Sembrava un posto dove le persone tornavano.
Non in salute.
Non giovani.
Non come prima.
Ma tornavano a essere qualcuno.
Un giorno Gianni mi accompagnò fino all’ingresso.
Pioveva, e lui disse che non voleva farmi guidare con quel tempo.
Io capii che era una scusa, ma non lo misi in difficoltà.
Rimase sulla porta con il cappotto addosso, guardandosi intorno.
Agnese lo notò subito.
“Quello è suo marito?” mi chiese.
“Sì.”
“Ha l’aria di uno che pensa di avere sempre ragione.”
“Spesso lo pensa.”
“E ce l’ha?”
“Non oggi.”
Agnese quasi sorrise.
Gianni finse di controllare il telefono.
Ma io vidi che ascoltava.
Quel pomeriggio successe qualcosa che nessuno di noi aveva previsto.
La porta della sala comune si aprì.
Non entrò un medico.
Non entrò un parente.
Entrò un ragazzo.
Avrà avuto diciassette anni.
Era magro, con un giubbotto consumato e gli occhi bassi di chi ha imparato a occupare poco spazio.
Prima ancora di vedere il suo viso, vidi la sciarpa.
Arancione.
Lunghissima.
Storta.
Con un punto perso quasi al centro.
Agnese la riconobbe subito.
Le mani le si bloccarono sul tavolo.
Il ferro restò sospeso, infilato a metà nella maglia.
Io sentii il cuore battermi nelle orecchie.
Il ragazzo fece qualche passo avanti.
Non aveva l’aria di chi era venuto a fare una scena.
Sembrava quasi spaventato dalla propria gratitudine.
“Permesso,” disse piano, anche se la porta era già aperta.
Nessuno parlò.
Lui si avvicinò al tavolo.
Guardò me, poi Agnese.
“Lei è Agnese?”
Agnese non rispose subito.
Si aggiustò il foulard al collo, come se avesse bisogno di rimettere in ordine almeno una cosa.
“Sì,” disse infine. “E tu chi sei?”
“Matteo.”
La sua voce era bassa.
Passò le dita sulle maglie storte della sciarpa.
“Volevo dire grazie.”
Agnese abbassò lo sguardo sulla lana, poi sul biglietto che lui teneva in mano, piegato e riaperto così tante volte che gli angoli sembravano consumati.
Io riconobbi quel cartoncino bianco.
Riconobbi la calligrafia tremante.
Riconobbi la frase ancora prima di leggerla.
Matteo lo appoggiò sul tavolo come si appoggia una prova fragile.
“L’ho ricevuta in un giorno brutto,” disse.
Nessuno si mosse.
Anche Gianni, dalla porta, aveva smesso di fingere di guardare il telefono.
“Uno di quei giorni,” continuò Matteo, “in cui pensi che se sparisci nessuno se ne accorge.”
Agnese non respirava quasi.
La sua faccia dura, quella faccia che usava come una porta chiusa, si incrinò senza fare rumore.
Matteo si vergognava delle lacrime.
Si vedeva da come stringeva le labbra, da come teneva le spalle tese, da come guardava il tavolo invece delle persone.
“Poi ho letto il biglietto,” disse. “Nessuno mi faceva qualcosa senza motivo da tanto tempo. Senza conoscermi. Senza volere niente indietro.”
Agnese portò una mano alla bocca.
Non con teatralità.
Con paura.
Come se quella gratitudine fosse troppo grande per lei, più grande perfino del dolore.
Matteo continuò.
“Ora sto tornando a studiare. Dormo da mio fratello. Non è tutto a posto, però quella frase mi è rimasta addosso più della sciarpa.”
La sala comune rimase sospesa.
C’erano le tazzine sul vassoio.
C’era il gomitolo grigio rotolato vicino al bordo del tavolo.
C’erano i ferri immobili nelle mani di Agnese.
C’era Gianni sulla porta, con gli occhi lucidi e l’espressione di un uomo che sta capendo troppo tardi una cosa semplice.
Agnese abbassò gli occhi.
Per un attimo pensai che avrebbe pianto.
Invece disse, con la sua solita voce ruvida:
“È troppo lunga.”
Matteo rimase interdetto.
Poi sorrise.
“Meglio. Fa due giri.”
E Agnese rise.
Non un sorriso educato.
Non quel piccolo movimento di labbra che si fa per non sembrare scortesi.
Una risata vera.
Si portò dietro trent’anni di silenzio, di mani ferme, di cose non chieste, di giornate tutte uguali.
Per un momento, non vidi una paziente di 86 anni.
Vidi una donna che aveva appena capito di essere ancora capace di scaldare qualcuno.
Matteo rimase con noi quasi mezz’ora.
Non disse molte altre cose.
Non serviva.
Agnese gli sistemò la sciarpa con un gesto brusco, tirandola da un lato perché, secondo lei, la portava male.
Lui la lasciò fare.
Quella scena mi rimase dentro più di qualsiasi discorso.
A volte l’amore non arriva con abbracci grandi.
A volte arriva con una vecchia che ti rimprovera perché hai il collo scoperto.
Quando Matteo uscì, Agnese rimase seduta in silenzio.
Poi prese i ferri e sbagliò tre punti di fila.
“Non dica niente,” mi avvertì.
“Io non ho detto niente.”
“Lo stava pensando.”
“Forse.”
Lei scosse la testa.
Ma sorrideva ancora.
Quella sera, in macchina, Gianni non parlò per quasi tutto il tragitto.
Le strade erano bagnate.
Le luci dei negozi si riflettevano sull’asfalto.
Io tenevo la borsa della lana sulle ginocchia.
Alla fine lui disse soltanto: “Non era per niente.”
Io guardai fuori dal finestrino.
“No.”
“Quel ragazzo…”
“Matteo.”
“Sì. Matteo.”
Poi tacque di nuovo.
Non mi chiese più perché andassi alla Casa Serena.
Qualche volta continuò a brontolare, perché Gianni era fatto così, ma nelle mattine di mercoledì mi lasciava trovare la macchina già girata nel verso giusto, pronta per uscire.
Per lui era quasi una dichiarazione d’amore.
Le settimane successive furono diverse.
Agnese lavorava con più attenzione.
Non perché volesse fare sciarpe perfette.
Forse perché aveva capito che anche una cosa storta poteva arrivare intera a qualcuno.
Ogni biglietto diventò più importante.
Non scriveva frasi lunghe.
Non era da lei.
Scriveva cose semplici.
Tieniti caldo.
Non sei un peso.
Questa l’ho fatta pensando a chi ha freddo.
Una volta rimase dieci minuti con la penna in mano e poi scrisse solo: Resisti anche oggi.
Mi fece male leggerlo.
Ma era vero.
E certe verità, quando sono dette senza zucchero, scaldano più di quelle gentili.
Poi, un mercoledì, Agnese non riuscì a finire la riga.
Le mani le tremavano troppo.
Provò a fare finta di niente.
Provò a insultare la lana.
Provò a dire che i ferri erano difettosi, che io avevo comprato una qualità pessima, che una volta le cose erano fatte meglio.
Ma alla terza maglia caduta, rimase ferma.
Il suo viso cambiò.
Non era rabbia.
Era paura.
“Le mani oggi sono stanche,” dissi piano.
“Le mani oggi sono vecchie,” rispose lei.
Io avrei voluto negarlo.
Ma certe bugie dette per consolare fanno più male della verità.
Così mi sedetti accanto a lei e presi io i ferri.
“Mi controlla?”
Agnese mi guardò.
“Se non la controllo, lei rovina tutto.”
Da quel giorno lavorai io.
Lei stava accanto a me.
A volte parlava.
A volte no.
A volte chiudeva gli occhi mentre facevo scorrere i ferri piano, perché quel suono le piaceva.
Diceva che le ricordava sua madre, anche se non spiegò mai perché.
Io non chiesi.
Avevo imparato che non tutte le porte vanno spalancate.
Alcune basta restare seduti davanti, finché chi è dentro decide se aprire.
Un pomeriggio mi mise in mano un gomitolo grigio.
Era morbido, più bello degli altri.
“Questo non lo sprechi,” disse.
“Per chi è?”
“Per chi arriva.”
“Arriva chi?”
“Qualcuno arriva sempre.”
Poi tirò fuori un cartoncino dalla tasca della maglia.
Lo aveva piegato in due.
“Non lo legga adesso.”
“Perché?”
“Perché se lo legge adesso fa quella faccia.”
“Quale faccia?”
“Quella da biblioteca triste.”
Risi, ma sentii una stretta allo stomaco.
Il mercoledì dopo Agnese non era al tavolo.
La sua sedia era vuota.
I ferri erano al loro posto.
Il gomitolo grigio era nella mia borsa.
L’operatrice mi venne incontro con una dolcezza che capii prima ancora delle parole.
Non mi disse molto.
Non serviva.
Mi accompagnò nella sala comune e mi lasciò sedere.
Per qualche minuto non tirai fuori niente.
Guardai la sedia di Agnese.
La vidi com’era stata la prima volta, dritta, diffidente, con i capelli fermati dalle forcine e lo sguardo di chi non vuole chiedere nulla perché ha paura di non ricevere risposta.
Poi aprii la borsa.
Presi il gomitolo grigio.
Presi i ferri.
Presi il cartoncino piegato.
Le mani mi tremavano.
Dentro c’erano solo quattro parole.
Non saltare il mercoledì.
Le lessi una volta.
Poi un’altra.
Poi ancora.
Non c’era firma.
Non serviva.
Quella era Agnese più di qualsiasi nome.
Ruvida, breve, precisa.
Un ordine e una carezza nello stesso respiro.
Non saltai il mercoledì.
Non quello.
Non il successivo.
Non quelli dopo.
All’inizio andavo e mi sembrava di tradirla, perché lei non c’era più al tavolo a criticare il mio punto largo.
Poi capii che sarebbe stato il contrario.
L’avrei tradita se avessi smesso.
La sedia di Agnese rimase vuota per un po’.
Nessuno osava sedersi lì.
Un giorno, una signora nuova si avvicinò con passo incerto.
Guardò i ferri.
Guardò me.
“Non sono capace,” disse subito.
Io pensai ad Agnese.
Pensai alle sue mani.
Pensai alla sciarpa arancione e al ragazzo che l’aveva portata come una prova di vita.
“Perfetto,” risposi. “Così non ci accorgiamo degli errori.”
La signora mi fissò.
Poi si sedette.
Da allora la sedia non fu più vuota nello stesso modo.
Era ancora di Agnese, certo.
Ma non era più un buco.
Era un posto lasciato aperto.
Ancora oggi vado alla Casa Serena.
Ogni mercoledì.
Alle 09:00, o quasi, perché qualche volta il traffico mi fa arrivare cinque minuti tardi e io sento ancora la voce di Agnese che mi rimprovera.
Sul tavolo ci sono ferri, lana, cartoncini bianchi.
C’è sempre una penna che non scrive e qualcuno che dice di non essere capace.
C’è sempre una sciarpa troppo lunga, una troppo corta, una storta come una promessa mantenuta male ma mantenuta lo stesso.
Gianni non dice più che faccio tanta strada per niente.
A volte mi accompagna.
Resta sulla porta, poi piano piano entra, saluta, sposta una sedia, porta un vassoio con le tazzine, fa quelle piccole cose che gli uomini come lui fanno quando non sanno chiedere scusa con le parole.
Io non glielo faccio pesare.
Abbiamo l’età in cui certe vittorie vanno tenute leggere.
Ogni tanto arriva un messaggio dalla casa di accoglienza.
Non spesso.
Non con grandi frasi.
Solo una riga.
Una sciarpa consegnata.
Un ragazzo che l’ha scelta blu.
Una ragazza che ha tenuto il biglietto nel diario.
Un’altra scatola richiesta perché l’inverno è lungo.
Io leggo quei messaggi ad alta voce.
Qualcuno nella sala finge di non commuoversi.
Qualcuno si lamenta che i giovani di oggi non ringraziano come si deve.
Qualcuno chiede un altro cartoncino.
E ogni volta penso che Agnese aveva torto.
I ragazzi vogliono le cose fatte dalle vecchie.
Non perché siano perfette.
Perché dentro c’è una cosa che non si compra.
Il tempo.
Il tempo di una persona che avrebbe potuto chiudersi nel proprio dolore e invece ha fatto un nodo, poi un altro, poi un altro ancora.
Il tempo di mani stanche che dicono senza parole: io non ti conosco, ma tu mi importi.
Io non cambio il mondo.
Non salvo nessuno da sola.
Non faccio miracoli.
Mi siedo.
Faccio qualche maglia.
Ascolto.
Chiedo a qualcuno chi era, prima.
E a volte basta questo per vedere un viso riaccendersi.
A volte basta il rumore dei ferri per far tornare una memoria.
A volte basta una sciarpa storta, un biglietto bianco, una frase scritta con mano tremante.
Tu vali il tempo che ci ho messo.
Ogni mercoledì, quando entro alla Casa Serena, guardo sempre il tavolo grande.
Per un secondo mi sembra ancora di vedere Agnese con il suo sguardo duro, pronta a dirmi che il colore è triste, che la lana pizzica, che sto sbagliando tutto.
Poi sorrido.
Appoggio la borsa.
Tiro fuori il gomitolo.
E non salto il mercoledì.