Ogni Sera Davide Chiedeva Scusa Alla Foto Di Famiglia A Perugia-tantan - Chainityai

Ogni Sera Davide Chiedeva Scusa Alla Foto Di Famiglia A Perugia-tantan

A Perugia, in una casa dove il corridoio profumava spesso di moka e detersivo, Davide imparò che il silenzio poteva essere una punizione più lunga di uno schiaffo.

Aveva nove anni, ma certe sere sembrava portarne addosso molti di più, come se ogni pianto del fratellino gli aggiungesse un peso sulle spalle.

La foto di famiglia era appesa sopra un mobile stretto, accanto a una ciotola per le chiavi e a una scatola di legno piena di vecchie immagini.

Image

Era una fotografia recente, luminosa, fatta bene, di quelle che gli adulti scelgono per dimostrare che tutto è in ordine.

Suo padre stava in piedi a sinistra, con le scarpe lucide e il mento alto.

Sua madre sorrideva al centro con il neonato in braccio, un foulard chiaro raccolto sul collo, lo sguardo dolce ma fermo.

Davide era accanto a loro, un po’ rigido, con la camicia sistemata dentro i pantaloni e le dita strette come se qualcuno gli avesse detto di non rovinare la posa.

Ogni sera, quando la casa si chiudeva e la città diventava un rumore lontano dietro le finestre, Davide veniva chiamato davanti a quella cornice.

Non era un gioco.

Non era una preghiera.

Era un rituale.

«Guarda bene la tua famiglia», diceva suo padre.

Davide alzava gli occhi e guardava la foto, anche se avrebbe voluto fissare il pavimento.

Poi doveva cominciare.

«Scusami, papà, se oggi ti ho deluso.»

La frase cambiava poco, perché la colpa cambiava poco.

Secondo i suoi genitori, tutto nasceva dalla stessa cosa: la sua gelosia verso il fratellino.

Se il bambino piangeva dopo il latte, Davide aveva portato tensione.

Se la madre lasciava cadere un cucchiaino nel lavandino e sbuffava, Davide le aveva fatto perdere la pazienza.

Se il padre entrava in casa e non salutava, Davide doveva domandarsi cosa avesse fatto per guastare l’aria della famiglia.

«Scusami, mamma, se sono stato pesante.»

Sua madre, di solito, non lo correggeva.

Rimaneva in piedi con il neonato appoggiato al petto, accarezzandogli la schiena, come se anche il modo in cui respirava dovesse insegnare a Davide la differenza tra un figlio buono e uno difficile.

La parte finale era sempre la peggiore.

Davide doveva guardare il fratellino nella foto e chiedere scusa anche a lui.

«Scusami se sono geloso di te.»

La prima settimana lo disse piano.

La seconda lo disse senza voce.

La terza cominciò a crederci, perché un bambino può difendersi da un’accusa una volta, due volte, dieci volte, ma quando la stessa accusa riempie ogni sera della sua vita, finisce per cercare la colpa dentro di sé.

In realtà Davide non odiava il fratellino.

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