Ottant’Anni E Un Tavolo Vuoto Che Nessuno Dimenticò-paupau - Chainityai

Ottant’Anni E Un Tavolo Vuoto Che Nessuno Dimenticò-paupau

Aveva prenotato un tavolo per dieci per il suo ottantesimo compleanno, ma l’unica persona che le si avvicinò fu il direttore che le chiedeva di restituire i posti.

Il ristorante era pieno come può esserlo un venerdì sera, quando la gente entra già affamata, parla troppo forte e guarda i tavoli occupati con l’impazienza di chi pensa che il proprio turno dovrebbe arrivare prima.

Dalla cucina uscivano vassoi caldi, il profumo del pomodoro si mescolava a quello del pane tagliato, e vicino al banco si sentiva il rumore secco delle tazzine da espresso posate una sull’altra.

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Eppure, al Tavolo 4, tutto sembrava fermo.

La musica riempiva la sala, ma intorno a quella donna c’era un silenzio che faceva più rumore di qualunque canzone.

Aveva ottant’anni quel giorno.

Lo diceva la fascia brillante che portava sopra il vestito buono, una fascia un po’ vistosa, forse scelta con coraggio, forse comprata pensando che i figli avrebbero riso, che qualcuno avrebbe fatto una foto, che qualcuno avrebbe detto: “Mamma, sei bellissima.”

Si era vestita con cura.

Non in modo elegante per farsi notare, ma in quel modo dignitoso che certe persone anziane non abbandonano mai, neppure per andare a comprare il pane al forno sotto casa.

Scarpe pulite.

Foulard sistemato bene.

Capelli ordinati.

La Bella Figura, ma non come vanità.

Come ultima difesa contro l’idea di essere stata dimenticata.

Sul tavolo aveva preparato dieci posti.

Dieci tovaglioli.

Dieci cappellini di carta.

Dieci sedie.

Aveva sistemato tutto con pazienza, spostando un cappellino di pochi centimetri, raddrizzando una forchetta, guardando ogni tanto la porta.

Ogni volta che qualcuno entrava, il suo volto si alzava.

Ogni volta che non era per lei, tornava giù un pochino più lentamente.

Alle 19:48 aveva controllato il telefono.

Alle 20:03 lo aveva controllato di nuovo.

Alle 20:12 lo teneva ormai vicino al piatto come si tiene una prova che non vuole parlare.

Nessuna chiamata persa.

Nessun messaggio.

Nessun “stiamo arrivando”.

Nessun “scusa mamma”.

Il direttore si avvicinò con il taccuino in mano.

Era un uomo che sembrava abituato a risolvere problemi in fretta, tavoli da girare, clienti da calmare, camerieri da coordinare, conti da chiudere.

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