Per 400 Giorni Attese Alla Porta, Ma Non Aspettava Sua Figlia-tantan - Chainityai

Per 400 Giorni Attese Alla Porta, Ma Non Aspettava Sua Figlia-tantan

Ogni mattina, nello stesso angolo dell’istituto a Torino, Nonna Paola si sedeva vicino alla porta d’ingresso come se il mondo dovesse ricominciare proprio da lì.

Aveva novant’anni, ma non permetteva a nessuno di trattarla come una persona già sconfitta.

Prima di uscire dalla sua stanza si sistemava il vestito buono, lisciava il tessuto con le dita sottili, controllava che la sciarpa fosse dritta e chiedeva all’operatrice se le scarpe erano abbastanza pulite.

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“Devono vedermi in ordine,” diceva.

All’inizio tutti pensavano che fosse una delicatezza da anziana signora.

Poi capirono che era una forma di resistenza.

La porta davanti a lei era una porta qualunque, di vetro, automatica, con un piccolo rumore meccanico ogni volta che qualcuno entrava.

Eppure per Paola era diventata un confine.

Da una parte c’era l’istituto, con il caffè del mattino, le medicine, le sedie allineate, i pranzi serviti sempre alla stessa ora, i corridoi dove ogni passo sembrava più lungo del precedente.

Dall’altra parte c’era la promessa.

Sua figlia l’aveva accompagnata lì più di un anno prima.

Quel giorno Paola aveva indossato un cappotto elegante, non perché volesse fare bella figura davanti agli estranei, ma perché le sembrava giusto non mostrarsi fragile quando entrava in un posto nuovo.

La figlia le aveva tenuto il braccio, aveva parlato con la responsabile, aveva firmato dei fogli e poi, davanti alla porta della stanza, le aveva detto una frase che tutti ricordavano.

“Mamma, è solo per pochi giorni. Settimana prossima ti vengo a prendere e torniamo a casa.”

Paola aveva guardato sua figlia senza chiedere altro.

Aveva stretto il mazzo di chiavi di casa, quello con il portachiavi consumato, e aveva annuito.

“Va bene,” aveva risposto. “Allora mi tengo pronta.”

La settimana dopo, Paola si era vestita bene.

Si era seduta vicino alla porta alle nove e dieci del mattino.

Aveva chiesto un espresso, ne aveva bevuto metà e aveva lasciato il resto nella tazzina, perché diceva che quando sua figlia fosse arrivata non voleva farla aspettare.

A mezzogiorno un’operatrice le aveva proposto di andare a pranzo.

Paola aveva risposto che sarebbe andata subito dopo.

Nel pomeriggio aveva guardato ogni donna che entrava.

La figlia non arrivò.

Il giorno dopo Paola si sedette di nuovo nello stesso punto.

Il terzo giorno fece lo stesso.

La prima settimana diventò due settimane.

Le due settimane diventarono un mese.

Quando qualcuno provava a dirle che forse la figlia aveva avuto un imprevisto, Paola annuiva con una gentilezza che faceva male.

“Gli imprevisti capitano,” diceva.

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