Un Bambino In Ritardo E Il Neonato Nella Macchina Bollente Sotto Il Sole-tantan - Chainityai

Un Bambino In Ritardo E Il Neonato Nella Macchina Bollente Sotto Il Sole-tantan

Il sole di quella mattina di maggio non era ancora alto, eppure sembrava già cadere con tutto il suo peso sull’asfalto del parcheggio del supermercato.

Luce bianca, dura, riflessa dai parabrezza.

Odore di gomma calda, polvere, pane appena comprato e caffè che usciva dal bar vicino all’ingresso.

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Lucas Moreau correva con il fiato spezzato, lo zaino appeso male a una spalla e le scarpe da ginnastica che battevano sul bitume come se ogni passo potesse recuperare il tempo perduto.

Aveva otto anni, ma quella mattina gli sembrava di portarne addosso cento.

Non perché fosse successo qualcosa di grande, almeno non ancora.

Perché era di nuovo in ritardo.

Ancora.

La campanella della scuola, nella sua testa, suonava già prima di suonare davvero.

La vedeva quasi, la maestra Laurent, ferma vicino alla porta dell’aula con le braccia incrociate, lo sguardo freddo e quella voce tagliente che non diventava mai più dolce solo perché lui abbassava gli occhi.

“Ancora tu, Lucas?”

La frase lo seguiva mentre attraversava il parcheggio.

“Questa volta chiamo i tuoi genitori.”

E quella parte era peggiore della nota.

Peggiore del rimprovero davanti ai compagni.

Peggiore perfino del sentirsi dire, per l’ennesima volta, che un bambino grande deve imparare a essere puntuale.

A casa non erano cattivi, ma certe parole pesavano.

Responsabilità.

Rispetto.

Fiducia.

Suo padre le pronunciava piano, e proprio per questo facevano più male.

Sua madre, invece, quando era stanca, sospirava e sistemava la tazzina dell’espresso nel lavello con un gesto secco, come se anche quel rumore dicesse che Lucas aveva deluso qualcuno.

Quella mattina era cominciata male.

La moka aveva borbottato più a lungo del solito, sua madre aveva cercato le chiavi in tutta la cucina, e lui aveva infilato il quaderno nello zaino solo dopo essersi accorto che era rimasto sotto una sedia.

Poi c’era stato il solito “sbrigati”, il solito nodo nei lacci, il solito minuto perso che ne diventava tre.

Adesso erano le 07:51.

Lucas lo aveva visto sul display del telefono di sua madre prima di uscire, e quel numero gli era rimasto in testa come un timbro.

07:51 voleva dire quasi tardi.

07:51 voleva dire correre.

07:51 voleva dire scegliere il passaggio più breve, anche se gli adulti gli avevano detto cento volte di non tagliare mai dal parcheggio.

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