Vendette Il Pianoforte Di Sua Madre, Poi Apparvero Le Carte-tantan - Chainityai

Vendette Il Pianoforte Di Sua Madre, Poi Apparvero Le Carte-tantan

Il Figlio Che Vendette Il Pianoforte Della Madre Per Pagare I Debiti Di Scommesse

A Parma, la signora Lidia aveva imparato da tempo a distinguere il silenzio buono da quello cattivo.

Il silenzio buono era quello del mattino, quando la moka borbottava in cucina e la casa sembrava trattenere il fiato prima del primo caffè.

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Era il silenzio delle fotografie sul mobile, dei passi leggeri sul pavimento pulito, della sciarpa sistemata bene prima di uscire, anche solo per comprare il pane.

Il silenzio cattivo, invece, arrivò quel giovedì pomeriggio.

Non entrò dalla porta.

La aspettava già in salotto.

Lidia aveva ancora il sacchetto del forno in mano quando si fermò sulla soglia e vide il vuoto.

Per un secondo non capì.

La stanza era la stessa, eppure non era più la sua.

La luce cadeva sul pavimento dove per anni erano state le gambe del pianoforte, lasciando un rettangolo più chiaro, quasi indecente, come quando si sposta un quadro e il muro rivela il posto esatto della mancanza.

Sul mobile, la fotografia di suo marito era ancora lì.

La cornice era leggermente inclinata.

Lidia non la raddrizzò.

Guardò solo lo spazio vuoto.

Il pane le scivolò dalle dita e finì sul tavolo con un tonfo molle.

Quel pianoforte non era mai stato, per lei, un oggetto da arredamento.

Era stato il centro del salotto e, in certi anni, il centro della sua vita.

Prima ancora di essere vedova, prima ancora che la casa diventasse troppo grande per una persona sola, Lidia era stata una maestra di pianoforte.

Non una donna famosa, non una figura da concerto, non una di quelle persone di cui si parla sui giornali.

Era stata una donna che insegnava ai bambini a contare il tempo, agli adolescenti a non vergognarsi dell’errore, agli adulti a capire che anche una nota sbagliata può diventare un inizio.

Suo marito glielo aveva comprato quando non avevano molto.

Non le aveva promesso ricchezze.

Le aveva promesso una casa con una voce.

Lidia ricordava ancora il giorno in cui il pianoforte era entrato dalla porta, portato con cautela da uomini sudati, mentre lei teneva le mani unite sul petto e suo marito fingeva di non essere emozionato.

“Non posso darti una villa,” le aveva detto, “ma posso darti un suono che resta.”

E quel suono era rimasto.

Era rimasto nelle mattine d’inverno, nelle lezioni dopo scuola, nelle mani piccole che sbattevano sui tasti, nelle scale ripetute finché diventavano quasi preghiere domestiche.

Era rimasto anche dopo la morte di lui.

Anzi, dopo la morte di suo marito, Lidia non aveva più suonato per gli altri.

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